• Nina Ferrari

Le regole per scrivere bene di Eco, che non erano sue e neanche ci credeva troppo


Erano i tempi in cui mi accingevo a scrivere la mia prima tesi di laurea, quella in filosofia, a metà degli anni Duemila, e ogni paio di settimane per incoraggiarmi qualche amico bontempone mi inviava la stessa email: quella con le regole di buona scrittura di Umberto Eco, tanto giuste quanto per me paralizzanti. Trovandomi davanti ai consigli di quello che reputavo un mostro di cultura, seguire pedissequamente tutte le sue indicazioni mi sembrava il minimo che potessi fare e, per questo, troppo spesso invece di scrivere mi bloccavo, cercando di cogliermi in fallo per correggermi all'istante. Sono sempre stata una perfezionista, almeno wannabe.

Credo che questo sia il rischio per ogni giovane scrittore, o almeno per quelli che sono interessati a confrontarsi con i grandi del presente e del passato: il fatto di dover ancora consolidare il proprio stile, e di cercare ispirazione e buoni esempi, a volte crea insicurezze che bloccano o quantomeno rendono titubanti, perché ancora non si è trovata la propria voce. Nel corso del tempo non è che per forza si migliori, ma almeno si comincia ad accettare l'imperfezione come un fatto inevitabile e, lungi dal divenire meno perfezionisti, ci si permette di integrare qualche vizio come un tratto caratteriale della propria scrittura, (im)perfetta a modo proprio. Per me, quantomeno, è accaduto questo. Oggi, infatti, che sono un po' più vecchia, certo reputo ancora Umberto Eco un intellettuale meraviglioso, ma mi sono abituata a usare la scrittura con maggiore naturalezza, temendo un po' meno la mia maestrina interiore in cerca di errori. Semplicemente perché mi sono rassegnata, come a un dato di fatto, alla possibilità di poter non piacere.

Eppure, soprattutto se si è alle prime armi, cercare un orientamento stilistico è tutt'altro che un errore: perché la propria libertà va conquistata all'interno di una lingua che esiste già e che va rispettata. Per quanto riguarda la famosa lista di consigli stilistici di Umberto Eco, sono sicura che le regole di cui sto parlando le conoscerete bene, anche perché, da quando i social network sono diventati un mezzo di comunicazione mainstream, non passa mese senza che qualcuno le ripeta: per la loro correttezza, per l'arguzia e quell'ironia vagamente enigmistica che le contraddistingue. Eccole dunque:

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.


2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.


3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.


4. Esprimiti siccome ti nutri.


5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.


6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.


7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.


8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.


9 .Non generalizzare mai.


10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.


11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.


12. I paragoni sono come le frasi fatte.


13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).


14. Solo gli stronzi usano parole volgari.


15. Sii sempre più o meno specifico.


16. L'iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.


17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.


18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.


19. Metti, le virgole, al posto giusto.


20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.


21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.


22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.


23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?


24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.


25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.


26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.


27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!


28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.


29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.


30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.


31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).


32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.


33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.


34. Non andare troppo sovente a capo. 35. Almeno, non quando non serve.


36. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.


37. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.


38. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.


39. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.


40. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

Una frase compiuta deve avere.

Lette e conosciute queste regole, però, va spiegata un po' la loro storia: perché sì, è vero, la stesura di questi quaranta consigli è, evidentemente, frutto dell'intelletto linguistico di Umberto Eco; ma le regole in sé non è vero che sono sue. Si tratta infatti di un elenco tratto da vari manuali di scrittura della tradizione contemporanea anglosassone, che, con questa lista così redatta, vengono presi in giro, scimmiottati, mentre le regole stesse vengoni smembrate e rese gioco umoristico e linguistico. Come a dire: che cavolata tutte queste regole per scrittori! Tanto vale farci un giochino.

Umberto Eco le pubblicò per la prima volta nella sua storica rubrica de L'Espresso chiamata La bustina di Minerva, che compilò settimanalmente per tredici anni, dal 1985 al 1998; e che in seguito avrebbe continuato a seguire, anche se con minor regolarità, fino al 2016, anno della sua morte. Nel 2000 Bompiani, storico editore di Eco, raccolse alcune delle migliori "bustine" pubblicate fino ad allora sul settimanale e ne fece un libro: naturalmente intitolato La bustina di Minerva.

Ma perché la rubrica di Eco si chiamava così? Come ebbe a spiegare lui stesso nella prima delle sue "bustine", pubblicata il 31 marzo del 1985, leggendo il nome di Minerva si sarebbe tentati di pensare alla dea della sapienza. Ma Eco al contrario desiderava ispirarsi alla marca di fiammiferi Minerva, e in particolare alla loro confezione in cartone, sul cui lembo interno molti fumatori, in mancanza di un taccuino, solevano allora prendere appunti. Eco infatti ricorda che «Valentino Bompiani scriveva (e forse scrive ancora) le idee che gli passavano per la testa sul retro delle scatole di raffinatissime sigarette turche. Credo conservi migliaia di ritagli di scatole nei suoi archivi, e molte delle sue iniziative editoriali sono cominciate così. Dal numero delle schede accumulate felicemente, direi che il fumo non fa male».

Gli appunti casuali necessitano di foglietti volanti, di post-it trovati in extremis o di bustine di fiammiferi Minerva scovati in fondo alla tasca per tenere a mente un'idea improvvisa. Ed è possibile che molte di queste idee saranno da buttare, mentre invece forse qualcuna sarà buona: sarà il tempo a determinarlo, in un'incessante ricerca di un nuovo, più giusto o più bello, a cui si arriverà per caso, scavalcando errori e imperfezioni. Ma, tra tutte queste imperfezioni, una in particolare apparirà improvvisamente come la novella perfezione: non è forse questo il modo in cui, nella maggioranza dei casi, l'uomo ha aggiunto un tassello al progresso?

«Allenarsi a rischiare errori, con la speranza che alcuni siano fecondi. In fondo anche scrivere sulle bustine di Minerva può avere la stessa funzione. [...] Certe volte temo che chi non scopre mai niente sia colui che parla solo quando è sicuro di aver ragione. È mica vero quel che ci raccomandavano i genitori: "Prima di parlare pensa!". Pensa, certo, ma pensa anche ad altro. Le idee migliori vengono per caso. Per questo, se sono buone, non sono mai del tutto tue».

Capito insomma come usare le regole di scrittura? Certo, fatele vostre, almeno fino a un certo punto. Ma poi per l'amor di dio dimenticatele!


***

Il Tuo Biografo ha dedicato diversi articoli a Umberto Eco: se vuoi sfogliarli tutti, segui questo link.

Sono molti gli autori, spesso anche eccezionali, che hanno riflettuto su cosa renda grande la scrittura e su quali siano le regole da seguire quando si vuole scrivere un romanzo. Senza credere che alcuno di questi suggerimenti sia un dogma, il blog de Il Tuo Biografo si diverte di tanto in tanto a riportare queste riflessioni nei suoi «consigli di scrittura»: se vuoi sfogliarli tutti, clicca qui.

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