• Nina Ferrari

Le feste comandate, che consolidano la nostra identità


Le feste natalizie sono probabilmente uno dei rituali collettivi più importanti dell'anno solare. Chi non le ama, di solito ne critica proprio la ritualità, in cui vede un vuoto ripetersi d'azioni prive di un significato reale, di sostanza (e, tra l'altro, a chi teme il loro avvicinarsi, tempo fa ho dedicato questo articolo, in cui parlo delle strategie di sopravvivenza per le feste in famiglia). Chi invece le ama, spesso gode - e comincia ad anticipare questo godimento preparandosi per tempo - proprio del conforto di questa ripetitività, che rimanda a un sentimento e a ricordi gioiosi che spera di poter rivivere. È evidente che negli ultimi decenni a questi attributi si sia aggiunta anche una componente consumistica, che molto si discosta e solo raramente si sposa col significato originario di queste feste.

Ma a cosa servono le feste comandate? Perché esistono, in questa forma, in questo modo? Che senso hanno? Forse qualcuno se lo chiede e qui, sulla scorta di testi come Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale di Aleida Assmann, proverò a dare qualche risposta.

Innanzitutto, una delle caratteristiche che differenzia le feste comandate da qualsiasi altro giorno dell'anno è il loro essere straordinarie. C'è un senso di anticipazione che le precede, e questo vale per quasi tutti, almeno per quanto riguarda la loro dimensione di «riposo». Infatti durante le feste più importanti, siano esse religiose o civili - come appunto il Natale, la Pasqua, il primo dell'anno o il primo maggio - non si lavora. Le feste comandate richiamano infatti situazioni in potenza perfette, che rievocano il Paradiso biblico prima del peccato originale: a causa del quale, come si legge nella Genesi, al lavoro si è associata anche la fatica.

In contrasto con il sacrificio della vita quotidiana, le feste comandate ci permettono di vivere in isole temporali contraddistinte non solo dal riposo, ma anche dall'abbondanza: ci si veste bene, si mangia tanto e meglio, ci si diverte di più, o almeno si tenta di farlo (immagino che questo dipenda soprattutto dai gusti personali). La ritualità di queste caratteristiche straordinarie, che sospendono per un attimo la nostra normale esistenza, permettono agli individui di sfogare le loro passioni, di eccedere in uno spazio libero ma controllato, e dunque di mantenere un ordine sociale laddove vi siano nicchie di stanchezza e frustrazione che altrimenti non avrebbero modo di trovare uno sbocco.

Allo stesso tempo, però, le feste hanno anche una funzione commemorativa - ed è forse in questo che ultimamente stiamo un po' fallendo, almeno nella sostanza più che nella forma, perché forse ci siamo abituati a pensare e a ricordare meno di un tempo. Ognuna delle feste più importanti richiama infatti eventi fondativi della nostra cultura di riferimento e dà agli individui la possibilità di partecipare a raduni collettivi - più o meno intimi o estesi - che hanno l'obiettivo di rinforzare il ricordo di ciò che li accomuna nella società a cui appartengono: le festività sono dunque create per consolidare l'identità collettiva degli individui, affiché celebrino eventi e valori che li accomunano ai loro pari così come un tempo univano i loro antenati. In questo senso, la ripetitività e la ritualità delle feste si dimostra come la proprietà più importante di ogni festa, perché collega generazioni di persone sia in senso orizzontale (oggi, collettivamente) che verticale (ovvero in un dialogo col passato).

Insomma, non importa che amiate oppure odiate il Natale, né che viviate a fondo lo spirito di qualsiasi altra festa comandata del calendario. Se sapete che esiste, se vi partecipate in qualche modo, magari anche solo approfittando della possibilità del riposo, la festa ha ottenuto il suo scopo: quella di essere attesa o temuta, di essere straordinaria, memorabile: per voi e per tutti quelli che vi circondano. Ognuno con le proprie ragioni.

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