• Nadia Dorigatti

Perché la morte non è una fine


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«Laudato si, mi Signore,

per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullo omo vivente po' scampare»

Cantico delle Creature

Così cantava Francesco d'Assisi poco prima di morire: un inno di lode per tutte le meraviglie del creato, simbolo della realtà trascendentale di Dio, arrivando ad onorare anche la morte, vista come massima espressione di giustizia. Conclude poi il Cantico, parlando della morte seconda (dell'anima), dalla quale possiamo salvarci solo se non eludiamo sorella Morte corporale. Ma davvero è possibile sfuggire alla morte corporale? Proprio fuggire no, ma crearci l'illusione di poterlo fare forse sì. Eppure, nonostante la si cerchi di negare, occultare o almeno allontanare, come fosse qualcosa di scandaloso, la morte resta un immenso mistero con il quale ognuno di noi, prima o poi, dovrà confrontarsi.

È davvero strano come, malgrado ciò, la maggior parte delle persone eviti di pensarci e ancora meno di parlarne. Tuttavia evitare il confronto con un lato della vita così preponderante non elimina la paura, anzi ciò che così viene represso non dà pace e lavora in sottofondo, condizionando il nostro modo di vivere. Secondo moderni studi di psicologia è con l’accumulo di beni che ci creiamo l'illusoria sensazione di poter controllare gli eventi, sottraendoci all’ineluttabilità della morte. Mentre con la prodigalità, che consiste nello sperperare denaro, cerchiamo di acquistare gratificazioni quali status simbol, visibilità e nuovi piaceri. Sono tutte varianti simbolo dell’immortalità, nelle quali ci identifichiamo e grazie alle quali ci illudiamo di essere salvi. Da ciò consegue che tendiamo ad identificare il nostro Essere con l'avere, cioè a far coincidere il nostro essere con gli oggetti che accumuliamo, l'Essere con il non essere.

Parecchi anni addietro mi appassionai allo studio dei Tarocchi di Marsiglia e tra loro la mia preferita era la tredicesima carta degli Arcani maggiori: L'Arcano senza nome, anche detta La Morte. Alejandro Jodorowsky nel suo libro La via dei Tarocchi ne dà una interessante interpretazione che si discosta dalla tradizione che superficialmente la vorrebbe foriera di eventi funesti. Infatti ci fa notare che, se così fosse, questa carta avrebbe probabilmente il numero 22, occupando l'ultimo posto della serie degli Arcani maggiori. Quindi la sua collocazione al centro dei Tarocchi non è un dettaglio da sottovalutare. Secondo Jodorowsky queste carte sono state concepite come parti simboliche di una unità. Se questa unità rappresentasse la nostra vita, risulterebbe oltremodo interessante che l'Arcano senza nome («morte») si collochi giusto al centro («nel mezzo del cammin di nostra vita»). Questo mi riconduce al primo canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte»

In questi versi, che descrivono un passaggio cruciale della nostra esistenza, trovo davvero una stretta connessione con il simbolismo del tredicesimo Arcano che con la sua falce vitale (rossa) e spirituale (azzurra) simboleggia il raccolto, ovvero la fine di un ciclo seguito dall'inizio di uno nuovo; lo scheletro ci invita a meditare sulla fugacità della vita, esortandoci ad occuparci di questioni spirituali, mentre le spoglie umane - teste regali, piedi e mani mozzate - ci rimandano alla mitologia egizia, che narra di come il dio Seth uccise Osiride smembrandone il corpo in tredici pezzi che fu poi ricomposto dalla dea Iside. Tanti altri simboli si nascondo in questo Arcano e tutti ci indicano la via che porta a una profonda trasformazione e al rinnovamento. Certamente ogni passaggio può essere vissuto come un lutto, ma resta il fatto che, per passare alla fase successiva, è prima necessario chiudere con il passato e guardare al futuro con una nuova consapevolezza.

Anche l'idea che la morte si ponga in contrapposizione alla vita è del tutto fuorviante: tra morte e vita troviamo sempre la rinascita. Tutto il creato testimonia questa legge. Goethe ebbe a dire in proposito: «La natura ha inventato la morte poiché ha in sé molta vita» e infatti dalla morte di vegetali, animali e umani ha origine una natura morta, ovvero il regno minerale, grazie al quale la vita, alimentandosi di altra vita, può prosperare e perpetuarsi in infiniti cicli, nei quali la fine si confonde con l'inizio.

A questo proposito, mi ha molto colpito scoprire che ogni sette anni le cellule del nostro corpo - i nostri capelli, le nostre unghie, la nostra pelle, tutto il nostro fisico - si rinnova completamente, sostituendosi al vecchio. Lo stesso accade anche al nostro essere interiore: si entra nel mondo abbandonando il caldo grembo materno, il bambino muore lasciando il posto al ragazzo che, a sua volta, lo lascia all'adulto che forse diverrà anziano. Pensiamo ora al sonno che ci coglie ogni notte spegnendo la nostra coscienza, per poi riemergere al mattino: è veramente un morire e rinascere ogni giorno. Trovo che questa sia l'esperienza più suggestiva della vita, quella che più ci spinge a riflettere. A conti fatti, dormiamo per un terzo della nostra vita! È come se nell'esistenza di un novantenne, egli avesse cessato di esistere per ben trentanni. Com'è possibile? Questo della coscienza che si spegne e riaccende è un altro bel mistero!

Qualche giorno fa ho ascoltato su Radio3 Scienza una interessante intervista al neurofisiologo Marcello Massimini, presente al Festival della scienza medica di Bologna, che trattava proprio il tema delle coscienze interrotte e delle ultimissime scoperte che hanno creato un certo scompiglio nel mondo della medicina occidentale. Riguardo al sonno, è stato constatato che la struttura e l'attività del cervello rimane pressoché la stessa eppure, mentre dormiamo, la coscienza si interrompe. Di fatto a tutt'oggi, nessuno è ancora riuscito a identificare degli indicatori dell'attività cerebrale in grado di stabilire la presenza o l'assenza di coscienza. Sono sempre di più gli uomini di scienza a mettere in discussione le conclusioni che finora sono state date per assodate dalla medicina, arrivando ad ipotizzare che la coscienza non sia un prodotto del cervello, come sembrano dimostrare anche le sempre più frequenti esperienze NDA (Near death experiences). È stato stimato che almeno il 4% della popolazione occidentale (venti milioni di persone) ha vissuto questa sconvolgente esperienza. I racconti sono incredibilmente simili tra loro e comprendono la separazione dal corpo, una sensazione di pace, l'ingresso nell'oscurità e la visione della luce. Al di là di ogni pregiudizio credo che l'atteggiamento corretto di fronte a queste testimonianze sia quello di esaminare obiettivamente il fenomeno valutandone l'incidenza, l'eziologia, i meccanismi e il significato in termini scientifici. In ogni caso, tutte queste persone, una volta ritornate alla loro quotidianità, non hanno più avuto paura della morte.

Tutto questo mi porta a pensare che in fondo la morte, se per morte intendiamo la fine di ogni cosa, non solo non esiste, ma non è neanche possibile. Penso che la morte non sia altro che il passaggio da uno stato di coscienza ad un altro. Sono ancora tanti i misteri da svelare e tante, troppe, le testimonianze per non tenerne conto. È facile cadere nell'illusione che la nostra attuale realtà fisica sia la sola possibile, ma la vita è movimento e trasformazione: nascita, crescita, morte. Ogni ciclo si succede all'altro spingendoci sempre più verso la perfezione. La morte, in tutte le sue infinite manifestazioni, può essere per noi una grande maestra di vita. Più che mai oggi è di fondamentale importanza riscattarne il valore, cogliendone il profondo potenziale di vita.

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