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Pictures CC0 by Pixabay.com

  • Nina Ferrari

La bellezza che c'è nel mondo - American Beauty


Credo che American Beauty sia il film grazie al quale sono diventata consapevole di essere una cinefila. Per la prima volta, guardandolo ancora e ancora, non solo godevo delle immagini, della trama, ma mi soffermavo, visione dopo visione, su chi ne fossero i produttore, chi il direttore della fotografia, su chi l'avesse scritto o ne avesse composta la colonna sonora. Cercavo di coglierne i significati principali e secondari. Non potevo fare a meno di immedesimarmi in almeno metà dei suoi personaggi. Quanta bellezza, pensavo, in sole due ore. Al cinema lo vidi almeno un paio di volte. Avevo diciassette anni, era il 1999, e ricordo quell'annata cinematografica come una tra le più gloriose di sempre.

Diretto da Sam Mendes, alla sua opera prima al cinema, e scritto da Alan Ball,poi creatore di serie tv di culto come Six Feet Under e True Detective, l'anno successivo American Beauty venne candidato a otto premi Oscar e ne vinse cinque, tra cui miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura originale; il premio al miglior attore protagonista andò a Kevin Spacey, che oggi - dopo tutte le vicessitudini personali che lo hanno reso inviso all'industria dello spettacolo - vorremmo solo immaginare come il più intrigante dei Presidenti degli Stati Uniti o, comunque, solo come uno dei migliori attori della sua generazione: ma c'è stato un tempo, e proprio grazie ad American Beauty, in cui l'avevamo visto lavorare anche in un fast food. Il premio alla migliore fotografia fu dato a Conrad L. Hall, che nella sua lunga carriera aveva collaborato con gente del calibro di Richard Brooks e John Huston. La colonna sonora di Thomas Newman rimane indimenticabile. Vinse diversi Golden Globe e premi Bafta e altri numerosi riconoscimenti che mi rassicurarono sul fatto che il mio gusto personale non fosse del tutto fuori calibro.

Il monologo finale di American Beauty è un inno alla vita. Nel momento della sua fine il protagonista, che, nel corso di una crisi di mezz'età, per tutto il film si è arrabattato per scansare le convenzioni in cui sono immersi coloro che lo circondano per darsi a quello che pensava essere il vero godimento della vita, si rende conto della bellezza che lo circonda, e del suo senso: non il denaro, non il successo, ma neppure un'apparente libertà hippy sono i valori importanti su cui si sofferma mentre sta morendo. No, la bellezza è in una foglia autunnale, o nel sorriso di sua figlia, nel ricordo della sua nonna o di altri momenti fugaci ma indimenticabili. E così si lascia trasportare dalle immagini più belle della sua vita e, con esse, si lascia condurre via, in un ultimo abbraccio al mondo finalmente osservato nella sua infinita minuta bellezza.

Ecco il monologo:

«Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete».

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