• Nina Ferrari

I Racconti della Cantina 4: i miracoli dell'amore giovane


Mia nonna, forse l'ho già scritto, è un'accumulatrice. Che siano vecchi giornali, tappi di bottiglia o conserve degli anni Ottanta che potrebbero procurarti una salmonella in caso di attacco nucleare - non vedo in effetti altre ragioni oltre allo spettro di una guerra nucleare per custodire e magari rischiare la vita mangiando quelle conserve - uno dei suoi talenti maggiori è sempre stato quello di mettere da parte un sacco di oggetti «perché non si sa mai». Ovviamente la gran parte di questi oggetti nel tempo è stata stipata nella sua cantina.

Quando, in un atto dal sapore vagamente kamikaze, mi misi in testa di metterla in ordine, avventure di ogni genere cominciarono a moltiplicarsi nella mia vita. Nel corso dei mesi affrontai ragni secolari e muri di mobili pericolanti, mentre ritrovai, sotterrati nella polvere, cimeli di poco valore economico per il mondo, ma di grande valore sentimentale per me. Ho persino tenuto tra le mani il numero di Epoca che annunciava lo sbarco sulla Luna! Insomma, tra sedie a tre gambe e mobiletti misteriosi, non mi feci mancare nulla, ma proprio nulla. Ho rischiato la vita e mi sono commossa, mi sono disgustata per le conserve avariate e ho respirato molta polvere (e, come sappiamo, mio padre per arginare quest'ultimo problema provò pure a venirmi in soccorso...).

Una delle meraviglie più grandi, però, è stato calarmi nella psicologia di mia nonna attraverso i miei scavi archeologici nella cantina. In quel disordine io sentivo risuonare il suo modo d'essere o, se vogliamo, il suo modus operandi. Che senso aveva immagazzinare tante cianfrusaglie senza neppure avere il piacere di tenerle in mano ogni tanto? Era come se quella cantina rappresentasse l'estremo baluardo fisico dell'inconscio di mia nonna.

Durante la grande crisi degli anni Venti la famiglia della nonna aveva perso tutto. Prima di allora erano stati benestanti, ma, per via di una serie di cattivi investimenti, cioè in realtà il fatto di non averne compiuto alcuno, tutti i soldi che lei e i suoi fratelli possedevano prima della svalutazione della moneta - erano rimasti orfani molto presto e non avevano nessuno che badasse ai loro interessi - andarono in fumo. Altri beni non ne avevano. Perciò, giovanissima, mia nonna si ritrovò dall'essere stata una giovane borghese a una ragazza povera in canna. Poteva essere questo il vissuto traumatico che l'aveva portata a non potersi più separare da nessun oggetto materiale?

La cosa che più mi colpì quando aprii i suoi vecchi bauli - bauli, notate, che non venivano guardati da almeno trent'anni - fu scoprire che mia nonna non aveva solo accumulato i propri oggetti, o quelli di suo marito. No, mia nonna aveva difeso come un fortino gli oggetti personali di tutti coloro che l'avevano circondata: dalla biancheria intima e i vestiti dei suoi sei figli, ai i loro quaderni di scuola e alla loro corrispondenza. E non mi riferisco ai loro cimeli dell'infanzia, che potrebbe essere uno di quei gesti sentimentali - anche se in questo caso vissuto in modo un po' smodato - a cui a volte si abbandonano le mamme: intendo tutti gli effetti personali di quando erano ragazzi e giovani adulti, cioè fino a poco prima che lasciassero il nido.

Quando, piuttosto stralunata, andai a parlare con mio padre dei miei ritrovamenti, lui mi raccontò che, il giorno in cui lui lasciò la casa familiare per andare a vivere con quella che poi sarebbe divenuta mia madre, gli fu consentito di portare con sé solo una valigetta di effetti personali, e nient'altro. Non più di una certa quantità di oggetti poteva lasciare la casa di mia nonna - che, evidentemente, aveva in mano la gestione di questo frangente - e così accadde con ogni probabilità a ognuno dei suoi figli, man mano che lasciarono il nido. Quando mia madre, piuttosto disperata di fronte a un compagno che aveva appena un paio di indumenti, si recò da mia nonna per recuperarne altri, l'anziana donna le consegnò un paio di pantaloni e due camicie. La trattativa era finita. Se mio padre avesse voluto altri abiti, se li sarebbe comperati.

Non stupisce perciò che nella cantina di mia nonna io abbia trovato diciotto grandi bauli ripieni di abiti, di scarpe, di borse, di spazzolini da denti, di liste della spesa, quaderni e lettere. Quella dei miei nonni non era una famiglia ricca, ma in quei bauli era conservata tutta la vita di ben otto persone, almeno fino a un certo punto della loro esistenza. Liberatami di tutto ciò che ormai era troppo vecchio, troppo rotto o troppo puzzolente, mi ritrovai con un cumulo abnorme di lettere e cartoline.

Le lettere sono, a mio parere, una categoria molto particolare di oggetti. Sono il prolungamento della vita interiore delle persone, delle loro gioie e dei loro pensieri. In esse è spesso racchiusa una comunicazione intima, che è pensata per essere condivisa solo con il loro destinatario. E non importa quanto tempo sia passato dal momento di quella prima comunicazione, il patto tra chi scrive la lettera e chi dovrebbe riceverla è sacro.

Perciò mi misi in testa di escogitare un metodo per restituire quelle lettere, trenta, quaranta o cinquant'anni dopo, senza leggerle. E per lo più ce la feci, affidandomi solo ai destinatari e ai mittenti sulle buste. In alcuni casi particolari, cioè quando sulla busta non trovavo dati utili alla mia missione, cercai di capire a chi restituire quei messaggi dall'intestazione o dalla firma in calce. In poche circostanze - poche almeno rispetto alla mole di corrispondenza che mi trovai a smistare in quel periodo - dovetti leggere le lettere stesse per capire a chi appartenessero. Ma alla fine ce la feci: e creai tanti gruzzoli di lettere, cartoline e bigliettini per ognuno dei componenti della mia famiglia.

Particolarmente ingente era il mucchio di corrispondenza destinato al più giovane dei miei zii, lo zio C. Nato all'inizio degli anni Sessanta, quando era ancora uno studente si innamorò di una ragazza di nome B., poco più giovane di lui, che lo ricambiava follemente. Dico follemente perché la quantità di lettere tra i due superava di gran lunga quella destinata a qualsiasi altro parente - una folle quantità di lettere! - e perché, anche solo leggendo le prime righe di alcuni di quei messaggi, quelli senza busta, era evidente il trasporto tra i due.

Ecco, la parte bellissima di questa storia sta nel fatto che questi due giovanissimi ragazzi che si scrivevano ogni giorno - erano tempi in cui non si avevano né sms né e-mail! - oggi stanno ancora assieme. Dopo più di trent'anni sono non solo ancora sposati, ma hanno tre bellissimi figli, che sono i miei cugini - per altro i cugini che sento più vicini a me, per questioni personali, anagrafiche e geografiche.

La vita ha certamente provato lo zio C. e la zia B., rendendoli forse un po' meno energici rispetto a quando avevano diciassette anni. Hanno dovuto superare molte prove, come tutte le coppie che stanno assieme per molto tempo, e certamente hanno avuto le loro crisi. In particolare, alcuni problemi di salute della zia hanno senza dubbio messo alla prova la sofferenza di tutta la nostra famiglia, e non oso immaginare quella dello zio C. Immaginate: dall'adolescenza alla maturità, sempre assieme, in salute e in malattia, tra gioie e dolori, avventure e stanchezza. Più tre bellissimi figli. Quanta acqua è passata dal tempo in cui, tra i banchi di scuola, si scambiavano ogni giorno messaggi pieni di gorgogliante sentimento!

Quando consegnai il plico di lettere allo zio C., lui quasi neppure si ricordava più di tutti quei biglietti, di tutte quelle frasi, di tutto quell'amore giovanile riversato in inchiostro. Mi dicono che lo zio C. e la zia B. abbiano passato diverse sere a leggere le loro lettere d'amore scritte trent'anni prima, a ridere della loro ingenuità, a stupirsi della loro stessa purezza. Perché l'amore cambia, si trasforma, così come accade alle persone stesse. E ogni tanto ci vuole qualcosa o qualcuno che ti ricordi com'eri quando ancora non avevi paura di nulla. Nelle sere in cui, trent'anni dopo che li avevano scritti, lo zio C. e la zia B. si lessero i loro reciproci messaggi innamorati io non ero presente, ma ho saputo che, spinti da quelle lettere a ricordarsi chi erano da giovanissimi, si siano confermati il loro amore. Che forse oggi è meno passionale di un tempo, ma si porta dietro tutto lo stupore di una vita condivisa quasi per intero.

La cantina della nonna restituisce dalla polvere i passati perduti, le radici degli amori, e fornisce alle persone i mezzi per ricordare chi sono state estraendo dalla nebbia del tempo quella parte di sé che avevano smesso di ricordare. In mezzo a tutto questo, io. Strumento della cantina e della memoria sottratta ai bauli, mi ritrovo ancora una volta con un pugno di emozioni da regalare a chi mi è più vicino.

Una nota su Racconti della Cantina

I Racconti della Cantina sono una raccolta di sei storie autobiografiche che in parte descrivono come sono arrivata a diventare un biografo di professione. I fatti narrati, che mi sono tutti realmente accaduti, si sono svolti nell'arco di un anno circa, tra il 2015 e il 2016: in quel periodo stavo cercando alcune risposte sulla mia vita, che volevo trasformare in meglio, sia dal punto di vista personale che soprattutto sotto il profilo professionale. Mentre riordinavo la cantina, cocciuta come un mulo impolverato e affaticato (oltre che in incognito, naturalmente, perché la nonna non mi scoprisse), certo non pensavo che organizzare quegli spazi avrebbe anche creato posto a un'idea che mi avrebbe cambiato la vita: eppure è proprio quello che è successo quando alla fine di quel percorso ho fondato il progetto de Il Tuo Biografo. Per me la cantina della nonna - che purtroppo se n'è andata alla fine dell'ottobre del 2018 - è una specie di allegoria esistenziale e I Racconti della Cantina, che all'inizio avevo cominciato a scrivere più per diletto che per esprimere grandi significati sulla vita, si sono rivelati essere molto più personali di quanto avrei mai potuto immaginare. Perché parlano di me, delle mie radici e della mia famiglia paterna; ma anche perché raccontano in sei affreschi abbozzati alcune lezioni apprese sulla mia pelle, su cosa significhi riflettere su se stessi e sulla propria biografia: ciò che ho imparato allora lo metto oggi in pratica nel mio lavoro, ogni giorno. Ecco, dunque: se ti va di sapere qualcosa di più di Nina Ferrari come persona, I Racconti della Cantina sono un buon punto d'inizio. Se vuoi leggerli tutti, clicca qui.

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