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  • Nina Ferrari

I Racconti della Cantina 5: le origini di un mondo racchiuso in un'isola


Questo è forse uno degli episodi legati alla cantina della nonna a cui sono più affezionata. Racconta il viaggio di una donna coraggiosa e di un ritorno simbolico alle origini: appassionante, doloroso, travagliato. È una storia vitale e malinconica, che parla di separazione e di nostalgia. Ed è in parte ambientato su un'isola, un gioiello mediterraneo separato dal mondo, dove isole diventano anche alcune esperienze: reali, ma staccate dal flusso unitario della vita così come lo sperimentiamo ogni giorno.

La cantina della nonna, ormai lo sappiamo, anche qui è solo un mezzo: una macchina del tempo, uno strumento di memoria, un magazzino di oggetti disordinati accatastati senza criterio, in cui una piccola ragazza impolverata ha cercato di trovare senso. O tanti sensi, che siano quelli delle sue radici personali o delle origini di altri, vicini e lontani. La bellezza si può scovare là dove meno ce lo si aspetta e può capitare che si nasconda in bauli pieni di naftalina e indumenti stracci.

Dal matrimonio dei miei nonni nacquero sei figli, di cui solo una femmina, la primogenita. Mia nonna, che certamente è un tipino particolare, dice sempre che lei tutti quei figli neanche li avrebbe voluti, ma che ogni volta in cui mio nonno le si avvicinava finiva per rimanere incinta, e insomma, che stress!, la sua vita ha finito per essere cadenzata da una sequenza di gravidanze di cui non vedeva la fine. Non che mia nonna non ami i suoi figli, sia ben chiaro, ma suppongo che dal punto di vista esistenziale abbia patito sulla propria pelle la condizione femminile dei suoi anni, una visione di donna che l'ha obbligata a essere principalmente moglie di qualcuno e incubatrice di pargoli, mentre credo che se avesse potuto scegliere cosa fare della sua vita forse avrebbe optato per strade diverse; in cui la maternità, vissuta nei numeri e nei tempi giusti, magari sarebbe stata una gioia maggiore per lei. Mia nonna non lo sa, ma suppongo che sarebbe stata un'ottima femminista, fosse nata venti o trent'anni dopo. Così, quando parla dei suoi figli, finisce sempre per ammettere: «A me sarebbe bastata solo la mia A.», dove A. è la sua primogenita, la figlia che le fa brillare gli occhi quando ne parla, ancora oggi che è un'ultranovantenne.

La zia A. da giovane era una donna bellissima. Indipendente, istruita, parlava diverse lingue. Cominciò a lavorare molto presto nel campo del turismo in quei ruggenti anni Sessanta in cui tutto sembrava possibile. Per lavoro era diventata una viaggiatrice: d'inverno frequentava le più rinomate stazioni sciistiche, d'estate migrava al mare, dove accoglieva i turisti negli alberghi di cui era segretaria.

Nella cantina della nonna trovai conservati i suoi libri di scuola, i suoi indumenti - che dopo una permanenza di quarant'anni nei bauli erano diventati logori e puzzolenti, ma di cui potevo ancora immaginare lo stile alla moda per i tempi - e tutto un plico di corrispondenza, per lo più commerciale, da cui appresi il suo dinamico stile di vita. Quello nei bauli dedicati alla zia A. fu un tuffo nel passato molto istruttivo, perché mi fu dato di conoscere un poco meglio le origini di una persona che durante la mia vita avevo frequentato poco: perché la zia A., ad un certo punto della sua giovinezza, molto prima che nascessi io, smise di viaggiare e si fermò su un'isola del Mediterraneo dove aveva trovato l'amore. Era partita per fare la stagione e non tornò più, perché nel frattempo all'improvviso si era sposata.

Mia nonna non ama parlare molto di questa storia, perché la separazione da sua figlia fu per lei causa di grande dolore; e, siccome è anche una donna piuttosto cocciuta, invece di lavorare a un compromesso che, nonostante la distanza, le permettesse di avere ancora un bel rapporto con sua figlia, da quel momento si chiuse nel silenzio, come se la sua prediletta fosse andata a vivere dall'altra parte del mondo, o fosse scomparsa. Per contro, si seppe poi che la relazione sentimentale di mia zia, quella che l'aveva convinta all'improvviso a vivere su un'isola in mezzo al mare, si era rivelata burrascosa, passionale in modo chiaroscurale; suppongo che questa sia una di quelle situazioni in cui una chiacchiera con la propria mamma possa fare bene, ma neppure mia zia riuscì mai a fare il grande salto per trovare un canale di comunicazione con sua madre. Amava quell'uomo, con cui nel corso degli anni avrebbe messo al mondo tre bellissimi figli, ed era così coinvolta da tutto quello che aveva costruito con lui che un passo indietro - o in avanti verso sua madre - non le pareva concepibile. Non so quanta solitudine abbia provato nel corso della sua vita, ma immagino almeno una bella manciata: sebbene io non sia una grande sostenitrice delle prese di posizione forti all'interno delle relazioni, credo che la zia A. abbia vissuto la sua vita con grande coraggio, e a volte mi chiedo se non sia stato forse anche troppo.

Le relazioni d'amore sono spesso molto complicate, soprattutto quando sono impregnate di grandi dolori, di non detti e di prese di posizione. Proprio per questa ragione non ho mai voluto giudicare questa storia tra mia nonna e mia zia, ma davanti a quei bauli ripieni di memorie, in cantina, mi chiesi se non potessi fare qualcosa. La zia A. aveva lasciato la casa familiare pensando di tornare alla fine della stagione, ma così non era stato. E le sue lettere, i suoi vestiti, le borse, i quaderni - cioè tutta la sua vita in Trentino fino all'inizio degli anni Settanta - erano stati conservati in un baule per quarant'anni, senza che nessuno prima di me ci avesse mai messo mano. Non potevo far riavvicinare mia nonna alla zia A., ma potevo regalare alla zia A. un pezzo del suo passato che non era più tornata a cercare - la zia A. negli anni non aveva mica chiuso con tutti: anzi, aveva più volte visto i suoi fratelli, nonostante la lontananza. Il blocco era nella relazione con sua madre, e certo mia nonna non è il tipo che si separa facilmente da qualcosa.

Così, in una fine di estate, programmai col mio compagno un piccolo viaggio sull'isola in mezzo al mare. Avrei portato con me una borsa piena di ricordi e li avrei consegnati alla sua proprietaria. Erano cimeli di cui si sarebbe definitivamente sbarazzata? Erano oggetti che le avrebbe fatto piacere conservare? Non lo sapevo, ma quello di cui ero certa è che non era mio il compito di stabilire cosa dovesse finire nella spazzatura e cosa andasse salvato. Solo la zia A. poteva sapere quale fosse il destino di ognuno di quei ricordi e così attraversai l'Italia - e solcai il mare! - solo per darle modo di prendere quella decisione. E naturalmente per riabbracciare dopo tanti anni quei miei parenti lontani, i miei cugini, che avevo conosciuto come ragazzi e che oggi avrei ritrovato come adulti!

Le cose non vanno mai come ti aspetti.

Mia zia, sulle prime commossa di vedermi, quando le parlai dei ricordi della cantina non fu felice della borsa che le avevo portato. Fu perentoria e mi chiese di buttare via tutto, subito, amareggiata per quello che le sembrava addirittura uno sgarbo da parte mia. Non ho mai capito se lo sgarbo fosse a lei - «perché hai curiosato in un passato lontano che non avevo bisogno di ricordare?» - o a sua madre - «come hai potuto mettere le mani nelle cose di tua nonna, stappargliele e portarmele qui?» - ma per certo so che non fu felice della notizia. E io, che ho sempre pensato di essere una persona abbastanza sensibile, che cerca di tenere conto dei sentimenti degli altri, in quel momento non desideravo che nascondermi - o buttarmi nella spazzatura assieme alla borsa: era un'opportunità!

Ma c'è un ma. La zia A., è vero, era molto delusa da questa situazione, ma i miei cugini, che della loro madre prima che arrivasse sull'isola sapevano poco, erano affamati di quei ricordi. Erano affamati delle loro radici. Era giusto che vedessero quegli oggetti quando la loro mamma voleva dimenticarli? Chi aveva l'ultima parola circa quest'eredità immateriale che mi portavo appresso da giorni? Passammo qualche serata a parlarne, perché la questione è molto più spinosa di quel che sembra, e loro ne discussero anche con la zia A., che nel corso dei giorni si ammorbidì un poco. Decidemmo di aprire quella borsa, ma solo tra noi cugini, in attesa che la zia un giorno si sentisse pronta a sua volta.

In una serata di settembre, ci radunammo tutti a casa della primogenita della zia A. e cominciammo a sfogliare il contenuto della borsa. Fotografie dell'infanzia e della prima giovinezza, il vestitino del battesimo conservato perfettamente, qualche impressione sulla vita, scarabocchiata su un foglio volante dalla zia A. quando era una ragazza, e un paio di indumenti che ero riuscita a salvare dal tempo. Piangemmo e ridemmo, mangiammo e bevemmo, penetrando ora dopo ora un tunnel di radici che spiegava loro qualcosa di più della donna che li aveva messi al mondo. La loro commozione rivelava l'importanza di ogni singolo piccolo pezzo carta, che se ci pensi non è niente se spogliato del proprio valore simbolico, ed eppure in quella notte di rivelazioni diventò tutto per un attimo, perché portava luce su parti oscure della loro stessa storia.

E poi fu il momento del pezzo forte, quello che mi aveva suscitato un brivido di emozione quando io stessa l'avevo trovato in cantina . Un foglio di carta, la brutta copia di una lettera commerciale:

«Egregio Signore», recitava, «sono molto felice di confermarle per la prossima estate la mia accettazione dell'impiego di segretaria presso il Suo albergo nell'isola di...».

Era la lettera con cui la zia A. dava inizio a tutto, anche se non lo sapeva: a tutta la sua vita, alla separazione da sua madre, alla possibilità di creare una famiglia con un uomo che avrebbe amato oltre se stessa, dando alla luce quei tre figli che, quarant'anni dopo, guardavano quel foglio assieme a me come sbigottiti... Era il loro big bang, l'origine del mondo, la condizione stessa della loro esistenza su questa Terra. «Egregio Signore...». E furono pianti, pianti, e risate e «Fammela leggere ancora!», e ancora pianti. Trasfigurati da tante emozioni, arrivammo a salutare l'alba; ma che ci vuoi fare: la cantina della nonna restituisce il senso del mondo, foss'anche solo quello ristretto di un'isola nel Mediterraneo e di tre suoi bellissimi figli.

Una nota su Racconti della Cantina

I Racconti della Cantina sono una raccolta di sei storie autobiografiche che in parte descrivono come sono arrivata a diventare un biografo di professione. I fatti narrati, che mi sono tutti realmente accaduti, si sono svolti nell'arco di un anno circa, tra il 2015 e il 2016: in quel periodo stavo cercando alcune risposte sulla mia vita, che volevo trasformare in meglio, sia dal punto di vista personale che soprattutto sotto il profilo professionale. Mentre riordinavo la cantina, cocciuta come un mulo impolverato e affaticato (oltre che in incognito, naturalmente, perché la nonna non mi scoprisse), certo non pensavo che organizzare quegli spazi avrebbe anche creato posto a un'idea che mi avrebbe cambiato la vita: eppure è proprio quello che è successo quando alla fine di quel percorso ho fondato il progetto de Il Tuo Biografo. Per me la cantina della nonna - che purtroppo se n'è andata alla fine dell'ottobre del 2018 - è una specie di allegoria esistenziale e I Racconti della Cantina, che all'inizio avevo cominciato a scrivere più per diletto che per esprimere grandi significati sulla vita, si sono rivelati essere molto più personali di quanto avrei mai potuto immaginare. Perché parlano di me, delle mie radici e della mia famiglia paterna; ma anche perché raccontano in sei affreschi abbozzati alcune lezioni apprese sulla mia pelle, su cosa significhi riflettere su se stessi e sulla propria biografia: ciò che ho imparato allora lo metto oggi in pratica nel mio lavoro, ogni giorno. Ecco, dunque: se ti va di sapere qualcosa di più di Nina Ferrari come persona, I Racconti della Cantina sono un buon punto d'inizio. Se vuoi leggerli tutti, clicca qui.


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In quanti modi si può amare? Il blog de Il Tuo Biografo ama parlare di tutti gli amori possibili: se vuoi sfogliare tutti gli amori che ha raccontato, clicca qui.

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