• Nina Ferrari

Il segreto delle famiglie più felici: una memoria familiare condivisa


Che la costruzione, la conservazione e la trasmissione delle storie familiari di ognuno di noi sia una pratica importante è un tema che non mi stancherò mai di sostenere. Poter costruire noi stessi sulla base di una mitologia familiare che ci indichi quali sono le nostre radici è vitale tanto quanto lo è che un grattacielo poggi su delle fondamenta stabili. Solo a partire da questo genere di terreno è possibile resistere alle intemperie della vita e dei mutamenti della società, in uno sviluppo di noi stessi che non per forza dovrà ricalcare il percorso di chi ci ha preceduti - a volte alcune tradizioni sono sopravvalutate! - ma che certo anche nel cambiamento potrà tenere conto di un esempio da migliorare o da cui discostarsi completamente. Noi diveniamo sempre ciò che siamo rispetto a qualcuno, nel bene e nel male, cioè sia se decidiamo di aderire o di rifiutare le narrazioni che ascoltiamo. Le storie che ci hanno nutrito e che ci hanno fatti a volte sono una vera salvezza, perché, anche se cadiamo, è da lì che possiamo rimetterci in piedi.

C'è chi proprio su questo argomento ci ha costruito una scienza e una carriera accademica, come il professor Marshall Duke, uno psicologo della Emory University nello Stato USA della Georgia. Il professor Duke, terminato dottorato di ricerca nel 1964, ha dedicato tutta la sua vita allo studio delle relazioni familiari e di alcuni deficit sociali nei ragazzi. Negli anni Novanta, in particolare, ha analizzato l'importanza delle storie e dei rituali familiari nella formazione della personalità dei più giovani, la cui resilienza - ovvero la cui capacità di affrontare e superare eventi traumatici reggendo bene il colpo, da un punto di vista psicologico - è maggiore in presenza di un solido Sé Intergenerazionale. Che sembra un parolone grande, ma sta semplicemente a indicare quella parte della nostra identità che si mette in relazione con gli altri componenti della nostra famiglia, in particolare con gli antenati e i loro racconti.

Negli anni Novanta erano già innumerevoli gli studi che affrontavano il tema della disgregazione della famiglia tradizionale allargata (ovvero quella che mantiene un legame forte non solo con fratelli e genitori, ma anche con zii e nonni e cugini) e che presagivano una sempre maggiore atomizzazione delle famiglie in direzione di un orizzonte sempre più individualistico, dando luogo ad adulti emotivamente più instabili e depressi. Ma il professor Duke, più che essere interessato a queste analisi, desiderava soprattutto trovare un antidoto a una tendenza generale: voleva individuare un rimedio che le famiglie potessero mettere in pratica per contrastare questo fenomeno che le minava alla base e che comportava spesso l'infelicità dei suoi componenti. Sua moglie Sara, psicoterapeuta infantile, un giorno gli mise una pulce nell'orecchio: lavorando a diversi casi specifici, le era sembrato che i ragazzini che conoscevano bene la storia della loro famiglia affrontassero meglio le difficoltà di percorso. Il professor Duke decise allora di imbastire una vera e propria ricerca attorno a quest'ipotesi e i risultati che ottenne furono sorprendenti.

Assieme alla professoressa Robyn Fivush, Duke costruì un questionario intitolato "Do you know?" (ovvero: "Lo sai?") in cui erano elencate venti domande relative alla conoscenza che i bambini avevano della loro storia familiare. Al test presero parte più di cinquanta famiglie, registrate durante diverse conversazioni a tavola, e le conclusioni dello studio dimostrarono in modo chiaro e univoco che maggiore era la conoscenza della propria storia familiare, maggiore erano l'autostima, il senso di controllo della propria vita e la stessa salute emotiva dei bambini presi in considerazione nella ricerca.

Pochi mesi dopo la conclusione dello studio, purtroppo si concretizzò l'incubo dell'11 settembre 2001, che lasciò sgomenti milioni di cittadini statunitensi. Nessuna delle famiglie coinvolte nella ricerca del professor Duke era rimasta direttamente coinvolta nella tragedia e questo permise allo psicologo di procedere con una seconda parte dello studio: qual era la reazione a un simile trauma collettivo da parte di quei bambini? Ancora una volta, i ragazzini che meglio conoscevano la propria storia familiare si mostrarono più impermeabili allo stress: erano dunque più resilienti.

Il professor Duke e la professoressa Fivush si interrogarono a lungo sul perché, ad esempio, ricordare quali scuole avessero frequentato i loro genitori rendesse questi bambini più stabili emotivamente. Com'era possibile? Infine concordarono sul fatto che una narrazione unitaria della propria mitologia familiare restituiva ai ragazzini il senso di appartenere a qualcosa di più grande di loro, a una storia, cioè alla loro famiglia raccontata, che era la loro rete di salvataggio: e questo impediva loro di sentirsi soli, o sradicati, di fronte a un evento traumatico.

Le famiglie felici sono famiglie che parlano: non solo dei problemi quotidiani o di come risolverli - anche se certo anche questo è fondamentale - ma anche e soprattutto delle storie positive che le riguardano: dei momenti oggettivamente belli - e questo è facile - e di come sono stati superati quelli più bui; perché raccontare in un'ottica positiva le difficoltà, che sono parte dell'esistenza di ognuno, svela che all'orizzonte di ogni momento difficile possono esistere la speranza e la possibilità di credere in sé stessi. L'identità dei ragazzi ha bisogno di queste storie, perché esse li accompagneranno per tutta la vita. E chissà cos'avrà in serbo la vita per loro! Un equipaggiamento di felicità in più non guasta mai.

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