• Nina Ferrari

Rudolf Nureyev e la lettera d'addio a «La sua danza»


In questo post si racconta del libro da cui è tratta la famosa ultima lettera di addio di Rudulf Nureyev, che potrete leggere in calce a questa pagina.

Più volte negli ultimi mesi avevo visto circolare una meravigliosa lettera di addio, al mondo e alla danza, attribuita a Rudolf Nureyev. L'avevo letta e riletta e mi ero commossa per quella sua affermazione che vi era contenuta: «Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare», che è uno degli augurî più poetici che un ballerino al termine della propria vita possa scrivere.

Definito come il migliore ballerino del XX secolo, figlio della Russia sovietica e stella danzante nel mondo occidentale che lo amò pazzamente, sappiamo che Nureyev morì di AIDS nel 1993, a soli 55 anni, dopo una lunga malattia che, come molti a quel tempo, si rifiutò di riconoscere. Di Nureyev esistono diverse biografie, tra cui anche quella di Bertrand Meyer-Stabley, intitolata Rudolf Nureyev. Biografia di un ribelle, ma nessuna scritta di suo pugno.

Perciò, dopo essermi commossa per l'ennesima volta leggendo quella lettera di addio poetica e straziante, cominciai a insospettirmi e mi tramutai in un'investigatrice. Non era possibile che di uno scritto così profondamente letterario non fosse evidente l'opera da cui era tratta.

A Internet piace correre veloce, commuoversi e poi passare oltre, per poi tornare a ripetersi senza porsi domande (quello del non porsi domande è un argomento che ritorna in queste pagine: tanto che alle fake news - prendendo ispirazione da un racconto di Franz Kafka - ho dedicato una riflessione approfondita, che se volete potete leggere cliccando qui). Al contrario di Internet, io, che non solo sono un po' bibliofila, ma pure una biografa, non potevo rimanere con le mani in mano di fronte al mistero della lettera di commiato di Nureyev, che ai miei occhi appariva come un vero e proprio tesoro: avevo dunque davanti a me lo scritto di un artista meraviglioso del XX secolo, una prosa elegante e lirica che non ammetteva indifferenza e una possibile autobiografia di cui non sapevo nulla. E questo era piuttosto grave. Insomma, dovevo trovarla.

Così indagai un poco e, grazie a diversi riferimenti incrociati, scoprii una verità che sulle prime mi deluse molto, ma che poi, a pensarci bene, mi riempì di gioia.

La lettera in questione non era stata scritta da Rudolf Nureyev in persona, ma da Colum McCann, un autore irlandese pluripremiato che aveva scritto la biografia romanzata del grande ballerino nella sua struggente opera La sua danza (sottotitolo: L'uomo che inseguì disperatamente il suo sogno di perfezione). Dunque si trattava di un'invenzione. Dunque quelle non erano le parole impetuose di un artista grandioso, algido e raffinato, che in punto di morte aveva deciso di lasciare il suo testamento immateriale; non si trattava di un'estrema concessione al mondo della propria interiorità. No, quelle parole appartenevano alla letteratura. Appartenevano a un grande artista (ovvero McCann, lo scrittore) che si era calato nei panni di Rudolf Nureyev. E chi poteva capirlo meglio di me, che di mestiere faccio il biografo?

Come spesso accade, la letteratura supera la vita, perché solo attraverso la parola letteraria è possibile trasmettere con forza l'universo profondo e palpitante che si cela dietro a una vita intera. E non è sempre detto, anzi, lo è raramente, che chi abbia compiuto grandi cose poi sappia anche raccontarle. Per questo esistono gli scrittori, per questo io stessa ho deciso di intraprendere questo mestiere: perché posso raccontare. E, lasciatevelo dire, Colum McCann sa raccontare divinamente.

Quindi, ecco, se volete sapere da quale libro è tratta quella lettera di addio meravigliosa, io ve l'ho trovato. Ma ci sono una notizia cattiva e una buona. Quella cattiva è che il romanzo biografico, edito da Feltrinelli, è fuori catalogo. Quella buona è che, se davvero foste interessati a leggerlo, sul sito del Libraccio ne sono ancora disponibili delle copie di seconda mano (di solito la qualità dei libri di seconda mano del Libraccio è molto buona). Io ne ho appena ordinata una copia per me!

(Aggiornamento di autunno 2018: dopo più di un anno dalla pubblicazione di questo articolo, anche le copie sul sito del Libraccio sono andate esaurite: dato il successo di questo pezzo, non posso fare a meno di credere di aver in parte contribuito all'esaurimento delle scorte di La sua danza! Se siete interessati a leggere questo libro a questo punto avete solo due opzioni: se amate gli audiolibri, potete comperarne ancora qualche copia usata su Amazon; altrimenti, non vi resta che leggerlo in inglese, nell'edizione pubblicata da Orion. Oppure, naturalmente, tampinare il vostro bibliotecario di fiducia!)

L'ho nominata più volte, ma vale sempre la pena di rileggerla. Eccovi dunque quella che avremmo voluto fosse l'ultima lettera di Rudolf Nureyev, il suo testamento spirituale, resa reale e meravigliosa dalla penna vibrante di Colum McCann, autore di La Sua Danza, e che ha saputo renderci vivo il pensiero di una stella della danza:

«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e, dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.
Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi portava sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, la fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa.
Ricordo una ballerina, Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed tenevo l’universo tra le mani e, mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava tutto perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio, ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e, dopo tredici anni, mi dettero la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi in cui danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all'orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.
Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, e il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza, la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell'apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita».

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