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Pictures CC0 by Pixabay.com

  • Nina Ferrari

Il viaggio che cambia la vita


Una sosta liberatoria nel deserto patagonico, mentre, ignara del fotografo, vengo colta nell'urlare al vento (veramente molto vento!).

Può un viaggio cambiare la tua vita? Mi confrontavo recentemente su questo argomento con una delle mie amiche più care, S., che per diversi anni ha percorso all'avventura le strade dell'Australia e della Nuova Zelanda con lo zaino in spalla, e che quindi sulla questione sa il fatto suo. Dal mio canto, io ho vissuto per un certo periodo in Inghilterra e ho sempre amato i grandi viaggi in terre lontane, quelli in cui prenoti lo stretto indispensabile (chessò, giusto l'aereo per il ritorno), ma poi mentre sei là le esperienze te le procuri man mano, cogliendo al balzo le opportunità che arrivano.

S. è una grande sostenitrice dei viaggi che cambiano la vita: un po' perché a lei questo è capitato davvero - in parte per via dell'esperienza in sé e in parte per il grande amore che ha incontrato lungo la strada e che dall'altra parte del mondo l'ha seguita poi in Italia - e un po' perché, ragionandoci, lei ritiene che sia inevitabile che sia così. S. dice che se dall'altra parte del mondo ti ritrovi a contare solo sulle tue forze, scopri di te stesso lati e risorse che in un contesto domestico non saresti mai stato costretto a dover trovare. E questo produce in te un cambiamento radicale, che ti porti dietro anche quando ritorni a casa. Io in parte sono d'accordo con lei, solo che non posso fare a meno di aggiungere una postilla: dipende dal tipo di viaggio.

C'è chi parte perché deve e chi per rilassarsi; c'è chi vuole vedere tutto quello che può nel minor tempo possibile, e perciò organizza itinerari complessissimi in cui sono contati al minuto anche i tempi per raggiungere il prossimo aeroporto; e poi c'è chi parte per scoprire: luoghi nuovi, culture altre, lingue sconosciute, ma anche odori e luci e stili di vita autoctoni. Di solito, chi intraprende un viaggio con queste ultime motivazioni mette un po' in gioco anche sé stesso, ma non è detto che da una simile traversata torni cambiato: arricchito, certo, ma non cambiato. Perché non è scontato che aprire la propria mente a nuovi orizzonti cambi quella mente in modo radicale: se eri già una persona aperta, sarai più aperto ancora, ma sarai sempre tu. E, viceversa, se il tuo sguardo è chiuso e il tuo bisogno è solo quello di cambiare aria, cosa potrà mai aggiungere un panorama nuovo? Così, se le novità che incontrerai confermeranno qualcosa che già hai dentro, tornerai un po' più forte delle tue convinzioni, ma sarai sempre tu.

Uno scorcio di deserto attraversato dalla mitica Ruta 40 nella Patagonia argentina, sullo sfondo di un cielo che non finisce mai.

Io sostengo che se non stai bene qui - ovunque sia questo qui - non potrai stare bene altrove. Allontanarsi non serve a nulla se poi tu sei sempre lo stesso. Sostengo anche che partire non sia una soluzione ai problemi, se ce ne sono - e qui parlo dei problemi in cui può ritrovarsi un europeo che vive in tempi di pace e di relativa prosperità, non di altre questioni geopolitiche ben più gravi e su cui in questo contesto non ho intenzione di soffermarmi.

Ma ritengo pure che il viaggio possa essere un mezzo per accelerare il processo di cambiamento, qualora già sia in atto o se ne stia cercando uno. Perché quando parti per l'altrove e con te hai solo i tuoi sensi, i tuoi piedi, e uno zaino con l'indispensabile, ti ritrovi finalmente leggero - privato di obblighi sociali, di parametri estetici a cui attenerti per forza, di ruoli a cui doverti conformare - e libero di esplorare il mondo e te stesso, con la schiena e il cuore un po' più lievi. Come se tutte le barriere che normalmente si usano per veleggiare nel mondo e difenderci dalla società venissero disperse, ti rendi consapevolmente vulnerabile alle impressioni del viaggio, traendone sensazioni vissute al loro stato più autentico. Nell'esistenza di tutti i giorni non siamo inclini a lasciarci andare alle emozioni, chissà perché. Darsi l'opportunità di provare tutto quello che c'è da sentire - nella pancia, sul volto, nel naso - è un espediente magnifico per comprendere in che direzione vogliamo svoltare. E un buon viaggio in questo aiuta, eccome se aiuta!

Parco Nazionale de Los Glaciares, Patagonia. La piccola figura umana di fronte all'immenso sono io. Sentirmi così piccola non mi ha mai fatta sentire più grande.

A me è successo. Quando, alla fine del 2013, lasciai il mio posto fisso in casa editrice per cercare di costruire qualcosa che mi corrispondesse di più, decisi di segnare quel folle passaggio della mia vita con un viaggio nella Patagonia argentina. Con un amico che si trovava in un periodo esistenziale simile al mio, il carissimo G., ci imbarcammo in un'avventura che aveva il preciso obiettivo di inseguire l'oltre. Cercammo la fine del mondo, sperando di trovare lì le nostre estremità, i nostro contorni, e quindi lo spazio che entro quei confini stava dentro di noi. E mentre percorrevamo in silenzio il ventoso deserto patagonico - decidemmo così, su due piedi, di prendere a noleggio una macchina: perché l'idea di attraversare chilometri e chilometri di nulla ci metteva addosso un'eccitazione indescrivibile! - vedemmo cieli infiniti e pianure sterminate, mentre lasciavamo che el viento patagonico spazzasse via le nostre vecchie vite per fare posto a quelle nuove. Che puntualmente avremmo tentato di costruire al nostro ritorno a casa e che per me presero la forma di un nuovo e inaspettato amore e, successivamente, di un progetto profondissimo e singolare come quello de Il Tuo Biografo.

Sì, i viaggi possono cambiarci. Ma solo se partiamo già disposti a metterci in discussione, aprendo i nostri sensi allo sconosciuto che c'è dentro e fuori di noi. Suppongo che la mia amica S. avesse ragione in fondo nel dire che viaggiando si possono trovare in noi forze inaspettate. Poi però una volta tornati bisogna avere il coraggio di usarle per affrontare il resto della nostra vita.

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