• Sara Strepponi

Essere normali o essere felici nella biografia di Jeanette Winterson



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«Perché essere felice quando puoi essere normale?»

A pronunciare questa frase fu la voce ferma della signora Constance Winterson, una donna titanica tanto per l’imponente mole fisica quanto per la smodata e folle religiosità, che praticò con fervore presso la chiesa evangelica pentecostale Elim ad Accrington, nel Lancashire in Inghilterra. Disse queste parole nel settembre del 1975 rivolgendosi alla figlia adottiva, una sedicenne minuta e determinata di nome Jeanette. Sguardo smarrito in un corridoio buio e valigia in mano, la ragazza stava lasciando la loro angusta casa in Water Street per trasferirsi in una Mini Cooper sgangherata, alcova motorizzata dove vivere il suo felice sogno d’amore.

Jeanette, nata a Manchester nel 1959, abbandonata dalla madre naturale e poi adottata dai coniugi Winterson con la speranza di farne una dogmatica missionaria, era cresciuta in una comunità religiosa repressiva in cui l’approccio fisico all'amore veniva considerato un peccato grave, e addirittura diabolico se praticato con una persona dello stesso sesso. Cosa poteva fare dunque Jeanette nello scoprirsi avvampare e palpitare di gioia per le attenzioni di una donna? Uscire di casa fu l’unica strada percorribile per inseguire la felicità.

A distanza di quasi quarant'anni da quel difficile autunno, l’adolescente squattrinata e in fuga di un tempo si era trasformata in una talentuosa scrittrice, un’attenta cultrice della parola e una narratrice sperimentale dotata di estremo fascino. Tuttavia, nella sua mente, l’eco della domanda posta da Constance risuonava ancora scomoda e persistente. E infatti felicità e normalità diventarono gli argomenti con i quali Jeanette decise di confrontarsi quando, nel 2012, pubblicò il suo sofferto memoir Perché essere felice quando puoi essere normale?.

In questo libro, che è una confessione generosa e vera, frammenti di vita si compongono per rimpolpare con la giusta maturità il discorso già abbozzato in Non ci sono solo le arance, suo esordio letterario e divertentissima fiction autobiografica risalente al 1985. Ai suoi esordi Jeanette aveva deciso infatti di parlare della sua famiglia con molta ironia e tenerezza, dosando dunque realtà e immaginazione con grande maestria. Alleggerire il pesante fardello della sua tormentata infanzia le permise di strappare più di un sorriso ai suoi primi lettori, i quali certo ricordano Non ci sono solo le arance come un testo divertente pur nella sua drammaticità.

Negli anni che seguirono invece, mentre la stampa si lambiccava intorno alla domanda su cosa della folle famiglia Winterson fosse vero e cosa rispondesse solo all'immaginazione letteraria della scrittrice, la giovane e visionaria Jeanette preferì sempre cimentarsi con la fiction e con l'esperimento letterario, senza mai tornare alle ferite legate alla sua esperienza personale.


«Per il realismo c’è la strada», disse Winterson che, nel suo complesso romanzo Arte e menzogne, del 1994, scrisse anche che «l’autobiografia non esiste, è solo arte e menzogne». Raccontando alcune verità, ma facendo contemporaneamente l'occhiolino al lettore, la penna sfidante di Winterson fu molto sagace nel muoversi tra il detto e il non detto, consapevole che «il genere umano non può sopportare troppa realtà». La citazione, che è tratta dai Quattro quartetti di T.S. Eliot, appare tra le pagine del romanzo Frankissstein, ultimo lavoro letterario di Jeanette del 2019.

Nei molti personaggi che popolano la copiosa produzione di Jeanette, tuttavia, i lettori più attenti possono senz'altro riconoscere aspetti della vita e delle emozioni dell'autrice. Nel romanzo Lo spazio del tempo – cover letteraria moderna dell’opera teatrale Il racconto d'inverno di William Shakespeare – Winterson, ad esempio, omaggia il grande drammaturgo inglese ricostruendo in veste moderna le vicende di una bambina che, proprio come Perdita, la protagonista di Shakespeariana memoria, viene abbandonata. Da questo romanzo emerge un percorso fatto di catarsi e di perdono dove tutto riecheggia di biografico. Winterson stessa ha più volte dichiarato di sentire le vicende della giovanissima Perdita come intimamente sue.

Sebbene basato su fatti di pura invenzione, anche il suo capolavoro del 1992, Scritto sul corpo, trasuda di personale. In esso Winterson ripete come un mantra la domanda: «Perché è la perdita la misura dell’amore?».

Il/la protagonista del romanzo – l’autrice non svela il sesso in quanto considerato dettaglio superfluo – compie un viaggio sensuale dentro e fuori al corpo dell’amante e, quasi a leggerne i segni lasciati dalla vita, in esso prova un amore destinato a perdersi. L’amore – sempre a braccetto con l’arte – è infatti per Jeanette uno dei pilastri della vita. Tuttavia, esso non è mai sentimentalismo, ma piuttosto un’evidenza ruvida e dolorosa, un qualcosa che soffoca senza nutrire chi lo vive: una perdita appunto.

A conferma di questo suo pensiero, nel memoir del 2012, Winterson confessa ai suoi lettori di avere disperso un sacco di energia in rapporti carichi di rabbia, di non aver saputo abbandonarsi alle persone e di non aver voluto mai fidarsi. Sempre convinta di non essere desiderata – come del resto credeva di non esserlo stata per la sua madre naturale e tanto meno per la sua severissima madre adottiva – tra le pagine di Perché essere felice se puoi essere normale?, il suo scritto più intimo, Jeanette si apre in un fiume di confessioni talmente dirette che vien da chiedersi come mai proprio in quel momento, e come mai così apertamente. Evidentemente qualcosa era cambiato, qualcosa l’aveva cambiata: lei stessa ci racconta in che modo nel suo memoir.

Scopriamo così che nel 2007 Jeanette fece ritorno all'abitazione di famiglia per organizzare il trasferimento del padre presso una struttura per anziani. La madre adottiva era da tempo deceduta e il padre, che si era risposato, era rimasto vedovo per la seconda volta. Da anni Jeanette non metteva piede al 200 di Water Street e fu in quell'occasione che, nell'aprire un vecchio baule stipato di chincaglierie e scartoffie, vide emergere, prepotente e irrisolto, il suo passato.

In superficie apparvero le porcellane Royal Albert, decorate con filo d’oro e disegni di rosa. Come Jeanette ci racconta, i risparmi della modesta famiglia Winterson, centellinati e con fatica accumulati, confluivano in questa collezione di stoviglie che la madre Constance aveva gelosamente conservato ed esposto in una teca in salotto per tutta la vita. Lo spessore millimetrico di una vetrinetta delimitava un piccolo baluardo di felicità, accessibile solo in rarissimi giorni di festa. Così, a Natale e nel giorno del suo compleanno, Mrs Winterson apriva la vetrinetta, liberava le amate stoviglie e, per l’occasione, accantonava l'angosciante presagio di catastrofe che durante il resto dell’anno incombeva sulla loro esistenza.

Constance credeva infatti nel Dio dell’Antico Testamento, un'entità vendicativa e violenta, incline al sacrificio e poco al perdono. Era convinta che il giorno del giudizio universale fosse imminente e, più la bambina cresceva, più la guardava con sospetto: Jeanette, oltre ad essere irrequieta e un poco aggressiva, era anche estremamente curiosa verso quel mondo esterno che Constance avvertiva invece come una minaccia persistente. «Che il diavolo li avesse condotti alla culla sbagliata?». Così si interrogava Mrs Winterson durante gli anni Settanta.


Ora che Jeanette aveva quasi cinquant'anni, da quel baule aperto stava riaffiorando la voce della madre adottiva e con essa il ricordo dei salmi e dei versetti biblici sotto la cui minaccia era cresciuta. Questi moniti, letti e riletti la sera, venivano riportati in foglietti sparsi e appesi nei punti più disparati della casa. In bagno, stando eretti per mingere, si poteva scorgere: «Rimanete saldi e irremovibili nel compiere l'opera del signore». Parimenti affaccendati, ma da seduti, si avvistava invece impietosa la frase: «Fonderà le vostre viscere come cera».


Quel bagno fu in realtà per la piccola Jeanette un rifugio nel quale leggere di nascosto la letteratura inglese che era stata bandita da casa Winterson. Atterrita dall'idea che la narrativa secolare potesse disturbare il percorso di sua figlia promessa missionaria, Constance ripeteva che «il guaio di un libro è che scopri cosa contiene solo quando è troppo tardi». A dispetto di questo divieto, Jeanette, la ribelle, varcava con passione la porta della biblioteca di Accrington e, nell'innamorarsi di Jane Austen, T.S. Eliot, Gertrude Stein – e solo più tardi dell’adorata Virginia Woolf – si accorgeva sempre più che, in fondo e per altre ragioni, sua madre non sbagliava: «I libri sono pericolosi, ti aprono porte, entri e poi puoi tornare indietro?». E soprattutto, aggiungerei, vuoi a questo punto tornare indietro? Per la giovane Jeanette, stretta tra una madre opprimente e un padre succube e assente, l’idea di ripercorrere all'indietro i passi già compiuti verso l’emancipazione diventava ogni giorno meno auspicabile.


Al culmine dell’assurdo, Mrs Winterson pensò bene di dar fuoco in giardino ad alcuni libri ritrovati nascosti sotto al materasso della figlia. La comunità Elim invece, istigata dalla stessa Constance, per sanare l'omosessualità di Jeanette arrivò ad organizzare un esorcismo in piena regola, con tanto di riti e preghiere. A questo punto la narrativa e la poesia – lette e scoperte di nascosto, e a volte addirittura memorizzate a prova di incendio e oblio – diventarono per Jeanette vere e proprie funi a cui aggrapparsi per volare verso un futuro diverso. Ad attenderla la Mini sgangherata, tanti lavori per mantenersi, gli amori irrequieti, ma soprattutto la letteratura, prima studiata ad Oxford e poi riversata con passione in decine di romanzi.


Cionondimeno i demoni del passato sanno essere creditori pazienti e, senza preavviso, di ogni trascorso irrisolto presto o tardi chiedono il conto. Quando dal fondo del baule, Jeanette, adulta e fragile, vide emergere uno stralcio di documentazione relativa alla sua adozione, per lei fu crisi nera. In breve realizzò la ragione del suo sentirsi sopraffatta dall'amore senza tuttavia provarlo mai veramente. L'affetto materno, primo sentimento amoroso di ogni essere vivente, le era mancato per ben due volte. Come avrebbe potuto dunque Jeanette Winterson essere educata all'amore?


Gli anni che seguirono al 2007 furono per la donna estremamente pesanti: depressione, nevrosi e pensieri suicidi iniziarono a tormentare le giornate che Winterson racconta senza remore nella seconda parte del memoir. Una creatura bambina che chiedeva amore, un'altra lei immaginaria, per mesi venne a tormentare la donna in ripetute allucinazioni. Jeanette, l’adulta, ad un certo punto decise che non avrebbe più temuto questa bambina e, prendendola per mano, la condusse alla ricerca della sua madre naturale, di quella donna che nel 1959 l’aveva abbandonata.


In questo difficile percorso di ricerca, Winterson aveva però al proprio fianco una preziosa alleata, che con il suo amore seppe sostenere l’autrice nel guado della sua sofferenza: dopo un corteggiamento a suon di mail, Jeanette aveva trovato una compagna di vita, una moglie e soprattutto un amore a cui abbandonarsi in Susie Orbach, nota psicoterapeuta e autrice di Fat is a feminist issue e The Impossibility of sex.


E allora, Perché essere felice se puoi essere normale?

Forse perché, come insegna Jeanette, ricercare la propria felicità – a costo anche di ritrovarsi spesso soli – conduce al finale migliore che una storia possa avere: il perdono e l'accettazione.


«Era un mostro, ma era il mio mostro!», scrive infine Winterson della sua madre adottiva.

Nella vita il lieto fine non è un quasi mai un possibile epilogo, semmai è una pausa, come afferma Jeanette. Per tale motivo Ann, la ritrovata madre naturale, non sarebbe mai potuta diventare la genitrice che non era stata, come del resto Mrs Winterson mai avrebbe potuto essere definita la madre ideale. Tuttavia, per redimere un passato così difficoltoso, e non ricadere invece nella vendetta o nella tragedia, serve aver trovato sé stessi e sentirsi liberi: in altre parole, perseguire la propria felicità.

Per apprezzare le doti immaginifiche di Winterson, oltre ai libri citati, consiglio la lettura di almeno altri due romanzi: Passione del 1987 e Il sesso delle ciliegie del 1989. Il primo è un testo estremamente accattivante e fiabesco. Per la gran parte ambientato nell'incantevole città lagunare di Venezia, vede tra i suoi protagonisti il condottiero Napoleone Bonaparte; Il sesso delle ciliegie invece è un’originale fiaba raccontata sullo sfondo della guerra civile che, in Inghilterra a metà del 1600, vide scontrarsi puritani e protestanti.Infine, per chi volesse conoscere un po’ della vita di Jeanette attraverso lo schermo, esiste una mini serie tv tratta dal suo esordio letterario del 1985: Oranges are not the only fruit è il titolo di questo film a più puntate risalente al 1990 e di cui la stessa Winterson ha scritto la sceneggiatura. Per chi volesse vederlo (solo sottotitolato in inglese, purtroppo), può essere acquistato in dvd.


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