• Nina Ferrari

La biografia di Philip Roth, l'autore della libertà che supera la costrizione


Philip Roth (1933-2018), secondo di due fratelli, nacque a Newark nel New Jersey da una famiglia di immigrati ebrei originari dell'Europa dell'Est. È stato tra gli autori statunitensi più amati e premiati del proprio tempo. Per la sua capacità di inquadrare con profondità l'uomo contemporaneo come quasi nessun altro, per anni è stato uno dei candidati papabili al Premio Nobel per la letteratura, senza mai vincerlo. Questa circostanza, diventata dopo anni quasi una barzelletta tragicomica, ha acquisito un ulteriore alone ironico per via di una casualità: nel 2018, ovvero nell'anno in cui la consegna del Premio Nobel è stata annullata (tra l'altro per uno scandalo sessuale), Philip Roth ci ha lasciati. Idealmente, per molti lettori è come se nel 2018 - un anno improvvisamente orfano sia del suo scrittore preferito così come del massimo riconoscimento mondiale per la scrittura - l'avesse vinto lui.

Il padre di Roth, un commerciante di scarpe, a causa della Grande Depressione subì un grave fallimento. Nonostante l'instabilità economica, però,l'infanzia del giovane Philip trascorse abbastanza serena, tra i giochi di quartiere e la sua passione smisurata per il baseball, anche se talvolta fu minacciata dal bullismo delle gang nei confronti dei ragazzini ebrei come lui. Proprio a causa di questa esperienza, giovanissimo, si ripromise che, una volta diventato grande, avrebbe combattuto le ingiustizie e le violenze. Nel frattempo il padre Hermann, esempio di forza morale e virile, si era risollevato, inventandosi una nuova carriera come assicuratore.

Dopo il diploma duperiore conseguito nel 1950, Philip Roth si iscrisse alla Rutges University di Newark, per poi trasferirsi alla Bucknell University della Pennsyvania poco dopo. Roth voleva vedere il mondo e l'ambiente provinciale di Newark gli stava stretto. Dopo la laurea alla Bucknell University e un master in letteratura anglosassone alla Chicago University, nel 1955 si arruolò brevemente nell'esercito, per essere dopo poco congedato a causa di un grave infortunio alla schiena.

Nel 1956 Philip Roth tornò all'Università di Chicago, dove insegnò per due anni scrittura creativa mentre studiava per il suo dottorato di ricerca in letteratura inglese. Roth avrebbe continuato a insegnare la scrittura in diverse e prestigiose università per molti anni, affiancandovi l'attività letteraria fino all'inizio degli anni Novanta.

Esordì nel 1959 con la raccolta Goodby, Columbus e cinque racconti, che nel 1960 gli valse il National Book Award, uno dei massimi riconoscimenti letterari per gli scrittori statunitensi. La vera notorietà però gli giunse con la pubblicazione nel 1969 de Il lamento di Portnoy, che tutt'oggi viene considerato uno dei suoi capolavori: in queste opere giovanili Roth già si distingueva per la propria particolare cifra stilistica - come, ad esempio, un linguaggio diretto, spesso scandaloso, associato a un'introspezione profonda e dolorosa dell'animo umano - e per le tematiche ricorrenti che Roth stesso, in un'intervista rilasciata al New York Times nell'agosto del 1985, quando aveva ormai 52 anni, riassunse così: «Sono interessato alla tensione che intercorre tra la libertà e la restrizione, alla lotta che erompe quando la fame di libertà personale incontra le forze dell'inibizione».

Roth, cresciuto in una famiglia di orgini ebraiche che gli impartì un'educazione tradizionale e severa, si ispirò spesso alla propria esperienza autobiografica per scrivere i suoi libri. Non è un caso infatti che molti suoi romanzi siano ambienti a Newark, teatro della sua infanzia, o che molte delle sue storie abbiano come protagonista uno scrittore. L'alter-ego letterario per eccellenza di Roth, ovvero Nathan Zuckerman, comparve per la prima volta in una novella che l'autore scrisse nel 1974, La mia vita di uomo.

Nathan Zuckerman è un personaggio ricorrente nelle opere di Roth, talvolta come narratore - come ne La Controvita (1986) o nei capolavori Pastorale Americana (1997) e La macchia umana (2000) - e altre come protagonista dei suoi libri, come in Zuckerman scatenato (1981). In un'intervista concessa al Washigton Post, Roth affermò che i romanzi di Zuckerman erano per lui come delle «autobiografie ipotetiche. È molto complicato. La mia vita non è densa di fatti, anzi, l'ho passata quasi interamente seduto su una sedia a scrivere. Ciò che però accende la mia immaginazione è pensare a cosa potrebbe accadere a una persona come me; immaginare a che tipo di persona potrei essere, se fossi una persona e non solo uno scrittore. Sono molto felice di quello che sono. Io non devo fare nulla delle cose che racconto, lascio che le viva qualcun altro».

Nonostante avesse scritto moltissime «autobiografie ipotetiche» grazie al personaggio di Nathan Zuckerman, nel 1988 Roth pubblicò I fatti. Autobiografia di un romanziere, una vera autobiografia in cui il ruolo tra Roth e Zuckerman veniva invertito: era Roth a inviare una lettera a Zuckerman e a raccontargli la sua vita, chiedendogli se il testo che gli mandava - ovvero la biografia stessa - avesse un valore e potesse essere pubblicato. Il racconto autobiografico di Roth derivava da una crisi esistenziale vissuta pochi anni prima. Valeva ancora la pena di scrivere? Philip Roth non poteva che chiederlo al suo alter-ego letterario, raccontandogli la sua storia.

Gli anni Novanta furono un periodo di svolta per Philip Roth. Dopo decenni in cui aveva sempre affiancato la professione di insegnante a quella di scrittore, grazie alla pubblicazione di una serie di capolavori acclamati sia dalla critica che dal pubblico, si rese conto che poteva vivere tranquillamente solo dei suoi libri. Questi furono gli anni in cui pubblicò, una dopo l'altra, opere come Patrimonio. Una storia vera (1991), Operazione Shylock: una confessione (1993) e Il Teatro di Sabbath (1995), che gli valse un'altra volta, dopo trentacinque anni, la vittoria del National Book Award. In seguito scrisse la sua "trilogia americana": Pastorale Americana (1997), che affrontava il periodo della guerra in Vietnam; Ho sposato un comunista (1998), che copriva l'epoca del maccartismo negli anni Cinquanta; e La macchia umana (2000), una dura critica all'America moralizzatrice e del politicamente corretto. Con Pastorale Americana vinse anche il Premio Pulitzer, nel 1998.

I romanzi di Philip Roth non mancavano mai di offrire lucide critiche alla società e alla politica, e talvolta sfociavano pure nella satira. La sua produzione letteraria continuò incessante e variegata fino al primo decennio degli anni Duemila: nel 2012, all'età di 79 anni, Roth annunciò il suo ritiro dalla letteratura. Sentiva di aver già raccontato tutto quello di cui gli premeva scrivere e di non avere altri argomenti per eventuali nuovi romanzi. Inoltre, da ormai troppo tempo soffriva prepotentemente per i dolori alla schiena che lo assillavano fin dalla giovinezza e che da molti anni lo costringevano a scrivere in piedi, usando un leggìo.

Le ultime volontà di Roth includevano che, alla sua morte, il suo archivio personale venisse distrutto, in modo che la sua opera fosse definitiva e non potessero venire pubblicate opere postume al di fuori dal suo controllo. Dopo aver vissuto gran parte dei suoi ultimi anni a New York, si trasferì nella sua fattoria nel Connecticut, dove morì il 22 maggio 2018, all'età di 85 anni.



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Ci piace tenere d'occhio i libri che hanno vinto il Premio Pulitzer, perché, grazie alla dura selezione a cui ogni opera vincitrice è sottoposta, essi rappresentano ogni anno il fior fiore delle novità editoriali. Di come funziona l'assegnazione del Premio Pulitzer e della sua storia qui sul blog de Il Tuo Biografo ho già parlato in questo post. Per sapere di più di tutti i libri premiati col Premio Pulitzer di cui ha parlato il blog de Il Tuo Biografo, clicca qui.

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