• Nina Ferrari

La biografia di Emily Dickinson, o dell'immagine misteriosa


«La “Speranza” è quella cosa piumata –

che si viene a posare sull’anima –

Canta melodie senza parole –

e non smette – mai –

E la senti – dolcissima nel vento –

E dura deve essere la tempesta –

capace di intimidire il piccolo uccello

che ha dato calore a tanti –

Io l’ho sentito nel paese più gelido –

e sui mari più alieni –

Eppure mai, nemmeno allo stremo,

ha chiesto una briciola di me»

Emily Dickinson (1861)

Trad. it. Barbara Lanati

(per leggere questa poesia in inglese, scorri fino in fondo alla pagina***)

Emily Dickinson (1830 - 1886) è stata una delle maggiori voci liriche del XVIII secolo. Nata nel 1830 negli Stati Uniti, ad Amherst, nello Stato del Massachussets, da una famiglia borghese e puritana, la sua biografia rimane ancora oggi in gran parte un mistero. Vestita di bianco virginale e avara di dettagli sulla propria vita privata anche nei numerosi carteggi che intrattenne con diverse personalità della sua epoca, Dickinson visse da reclusa per propria scelta nella casa paterna a partire dai trent'anni, alimentando così una serie di leggende che tutt'oggi accompagnano la sua figura.

La sua vivida immaginazione la portò a scrivere più di tremilacinquecento poesie, di cui solo sei pubblicate in vita, oltre alle lettere che indirizzò agli amici e agli appunti che annotava ovunque, persino sulle buste delle lettere: eppure la maggior parte di questi documenti andò distrutta, perché sul finire della vita fu lei stessa a chiedere alla domestica di casa, e poi alla sorella minore Lavinia, di bruciare tutto. Queste donne eseguirono il suo volere? O fu piuttosto la nipote Martha Dickinson Bianchi, figlia del fratello maggiore Austin, che, oltre a censurare la sua scrittura - variò infatti la punteggiatura dei suoi versi e ricostruì le sue frasi apparentemente frammentate quando si trovò a curare gli scritti della zia per mandarli in stampa -, si sbarazzò di molti manoscritti in suo possesso, così lontani dal gusto romantico tradizionale, così acuti e spavaldi - cosa in fondo inaccettabile - per una donna di quei tempi? Anche questo non è dato sapere.

La poesia di Dickinson fu contemporaneamente impaurita e assertiva, audace ma ripiegata su di un Io spezzato, romantica - la sua attenzione alla natura e alle sue creature è sempre presente nei suoi versi - ed eppure anche lacerata nel suo rapporto con Dio e col trascendentale. Nelle sue lettere, Dickinson non svelò mai il suo volto, né le sue fattezze, né le sue abitudini: anzi, a seconda del destinatario indossava maschere stilistiche diverse, apparendo così ai nostri occhi sempre più molteplice e sfuggente. Al pastore T.W. Higginson, che di Dickinson aveva sposato la cugina, scrisse - mentendo - nel 1862: «Mi chiede quanti anni ho? Non ho mai scritto poesie - tranne una o due - prima di quest'inverno - Signore. Mi è presa una paura terribile, da settembre a questa parte, non potevo parlarne con nessuno - così canto come il Ragazzino quando passa vicino al Cimitero - perché ho paura».

Certo è che la sua voce appariva dissonante rispetto alla poesia romantica del tempo - per giunta essendo una donna, dal cervello così fiero e indipendente - e proprio per questo Higginson, pur riconoscendone il genio, la supplicò di non pubblicare i suoi versi, perché riteneva che il pubblico contemporaneo non li avrebbe capiti. Dickinson ringraziò, affermando che con quel consiglio, che avrebbe di certo seguito, la salvava.

La parola, la lettura, la scrittura in versi e in prosa nei suoi quaderni fu il peccato a cui, nonostante tutto, pur reclusa in quella stanza in cui ormai non faceva entrare più nessuno, mai potè resistere.

«A word is dead

When it is said,

Some say.

I say it just

Begins to live

That day»

ovvero, in italiano:

«Alcuni dicono che

quando è detta,

la parola muore.

Io dico invece che

proprio quel giorno

comincia a vivere»

Emily Dickinson (1872) - trad. it. Barbara Lanati

Dei fatti della vita di Emily Dickinson sappiamo molto poco: figlia di Edward Dickinson, un avvocato di successo destinato a diventare deputato del Congresso, e di Emily Norcross, donna dalla personalità debole, era la seconda di tre fratelli, che amò profondamente. Terminò nel 1846 il suo primo ciclo di studi all'Amherst Academy, un'istituzione fondata dal nonno paterno, per poi iscriversi al collegio femminile di Mount Holyoke, che lasciò dopo appena un anno. Dal quel momento in poi, coltivò la sua istruzione in casa con un tutore privato.

Un ritratto di Emily Dickinson, biancovestita

Di quel periodo Emily scrisse: «Sono andata a scuola [...] ma non mi hanno insegnato niente. [...] A mia madre non interessa la mente - mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compera molti libri - ma mi prega di non leggerli - perché ha paura che scuotano la mente». A partire dal 1855, salvo che per brevi viaggi a Washington - dove incontrò il predicatore Charles Wadswoth, forse uno dei pochi uomini che di cui si innamorò, non ricambiata - e a Cambridge, nel Massachussets, dove si recò nel 1864 e nel 1865 per curare una malattia agli occhi che l'avrebbe accompagnata tutta la vita - la sua esistenza trascorse sempre nella casa paterna di Amherst, dove, a partire dal 1970, decise di rimanere reclusa nella propria stanza, in cui non faceva entrare nessuno e in cui morì di nefrite nel 1886.

Fu Mabel Loomis Todd, un'amica di famiglia, a offrire il primo ritratto della poetessa e a raccoglierne gli scritti prima che andassero perduti. Ospite dei Dickinson nel 1881, scrisse alla madre: «Devo raccontarti di un personaggio di Amherst. È una signora che la gente chiama il Mito. Da quindici anni non esce di casa [...]. Nessuno di quelli che vanno a trovare sua madre o sua sorella è mai riuscito a vederla; solo ai bambini, di tanto in tanto, e uno alla volta, dà il permesso di entrare nella stanza. Veste unicamente di bianco e dicono che abbia un cervello come un diamante. Scrive molto bene, ma non si lascia vedere da nessuno, mai. Sua sorella [...] mi ha invitato a casa loro, perché cantassi per sua madre. La gente dice che il Mito mi sentirà cantare, non perderà una nota, ma non si lascerà vedere».

Quando Emily Dickinson morì a soli cinquantacinque anni, col permesso dei suoi fratelli Mabel Loomis Todd si affrettò a scrivere a tutti i destinatari delle lettere della poetessa per chiederne una copia prima che andassero disperse e trascrisse tutti i documenti che trovò nella sua stanza. Fu lei a compiere il primo lavoro di revisione sulle sue poesie, a curarne le primissime edizioni e, così, anche a dare inizio a una faida familiare che si sarebbe conclusa solo col lavoro di Martha Dickinson Bianchi: la famiglia Dickinson preferiva che Emily venisse dimenticata, che i suoi scritti - così particolari e scandalosamente sinceri - non mettessero in imbarazzo tutti quanti. Eppure, nonostante questo, oggi Emily Dickinson è viva e ricordata più che mai, nonostante la sua personalità continui a essere avvolta dal mistero.

Forse le parole migliori sulla poetessa furono quelle di Eugenio Montale, che la amava molto: secondo il poeta, il suo era un «caso estremo di una vita scritta e non vissuta; e scritta con quella particolare intensità proprio perché non fu materialmente, fisicamente vissuta».

***

«“Hope” is the thing with feathers –

That perches in the soul –

And sings the tune without the words –

And never stops – at all –

And sweetest – in the Gale – is heard –

And sore must be the storm –

That could abash the little Bird

That kept so many warm –

I’ve heard it in the chilliest land –

And on the strangest Sea –

Yet, never, in Extremity,

It asked a crumb – of Me»

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