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  • Nina Ferrari

Oriana Fallaci e la storia di Lettera a un bambino mai nato


«Battersi è molto più bello che vincere,

viaggiare è molto più divertente che arrivare:

quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto.

E per superare quel vuoto devi metterti in viaggio di nuovo,

crearti nuovi scopi»

Oriana Fallaci

Lettera a un bambino mai nato

Oriana Fallaci (1929 - 2006) è stata una giornalista e una scrittrice italiana. Della sua biografia, della sua formazione come giornalista e intervistatrice, come autrice e pensatrice, ho già scritto in questo post, in cui ho illustrato nel dettaglio la storia della sua vita sia attraverso le opere pubblicate nel corso della sua esistenza che attraverso quelle postume. Se vuoi approfondire la storia e le opere di Oriana Fallaci nel ritratto che ne ha dato il blog de Il Tuo Biografo, clicca qui.

La citazione che introduce questa pagina è tratta da uno dei maggiori best-seller dell'autrice, Lettera a un bambino mai nato, pubblicato per la prima volta nel 1975 da Rizzoli, il suo storico editore. Più che di un romanzo vero e proprio, si tratta di una lettera, di una riflessione e di una lucida confessione che la voce narrante - di cui non si sa quasi nulla: se non che è una donna non sposata e che lavora - fa al proprio bambino, che ha appena concepito. La maternità non viene vista come un diritto o un dovere, ma come una scelta, personale e responsabile. Ed eppure, già al suo inizio, ancora prima di sapere se verrà interrotta o portata a termine, questa maternità - che non comincia al momento del parto, ma con la consapevolezza di contenere in sé una vita - conduce a uno stretto e sincero dialogo con il nascituro, con cui fin da subito s'instaura una relazione basata sulla più spietata onestà: dai pregi ai difetti di questo mondo, dalle forze alle debolezze della protagonista, nessuna verità gli viene risparmiata dalla madre-narratrice.

A lui (o a lei) essa dunque racconta il mondo, che è regolato dalla legge del più forte e che viene paragonato a un formicaio in cui l'esistenza si svolge sempre in una dinamica giocata tra schiavitù e libertà. Il senso di disillusione e la consapevolezza delle ingiustizie sono amare lezioni che si possono imparare molto presto, fin dall'infanzia: e a cui bisogna reagire lottando, spesso soffrendo, a volte anche a costo di morire. Di fronte a tutto questo, volere un figlio è una ragione sufficiente per costringerlo alla vita? È perciò che a lui (o a lei) la narratrice chiede se sia meglio nascere o non esistere affatto, arrivando infine a decretare che «il nascere è meglio di non nascere», perché «l’esistenza anche se impregnata di dolore è sempre da preferire al nulla». Ed è a questo punto che la donna decide di abbracciare la volontà di vita dell'essere che è dentro di lei, scegliendo perciò di accompagnarlo in questo percorso: che però si rivela essere fin da subito ben più travagliato di quanto potesse immaginare all'inizio.

Lettera a un bambino mai nato è un messaggio d'amore e di grande tenerezza, che pure non manca di sottolineare come anche questo rapporto - quello tra una madre e un figlio, un figlio che vive nel e del suo corpo - si giochi entro il medesimo doloroso schema che regola la vita tutta: il corpo della madre è infatti schiavo delle esigenze del nascituro, che per poter esistere limita la libertà della donna; che, oltre a essere una madre, è anche una persona dotata di pensiero e di una vita, già perfetta in quanto pienamente formata, di cui il figlio erode poco a poco ogni frammento di libertà. A quale delle due esistenze dare la precedenza? È possibile trovare un compromesso? Ai due, alla madre e al figlio, non resta quindi che stringere un tacito patto: a uno il corpo, all'altra la propria libertà di lavorare e vivere, e non solo come paziente incubatrice, ma anche come donna e professionista. Basterà questo compromesso?

Sullo sfondo di questo drammatico monologo si stagliano le comparse, testimoni accessori della costruzione del misterioso rapporto tra la madre e il suo bambino: dal padre biologico all'amica femminista, dal medico conservatore alla dottoressa progressista, dal datore di lavoro ai genitori della narratrice, ognuno porta la propria sicura opinione su cosa sia giusto o opportuno, confinando la protagonista nella solitudine di scelte che spettano a lei, e a lei sola. Quando, nonostante tutto, la vita che ospita nel suo ventre si spegne, questi stessi testimoni si ergono a giudici: ancora una volta, la donna, la madre, in balia della colpa come prima lo era della vita, si offre al giudizio degli astanti. E, rimasta sola con la propria disperazione, si attacca all'ultima illusione: all'immaginazione di quella vita che avrebbe potuto essere e che lei aveva già iniziato ad amare.

Lettera a un bambino mai nato ha una chiara matrice autobiografica, che risale ai tre aborti spontanei che l'autrice subì nel corso della sua esistenza. Il primo, nel 1958, avvenne dopo essere rimasta incinta del suo compagno Alfredo Pieroni: la loro fu una relazione travagliata e profondamente sbilanciata; mentre Oriana era molto innamorata del collega giornalista, come dimostrano i carteggi inediti venuti alla luce negli archivi personali di Pieroni dopo la sua morte nel 2011, lui, che alla fine degli anni Cinquanta era corripondente da Londra della Settimana Incom Illustrata, non aveva alcuna intenzione né di sposarsi o di avere figli, e, nonostante il loro rapporto durasse ormai da cinque anni, non desiderava costruire una famiglia con lei.

Dei loro carteggi sono rimaste solo le lettere che Oriana mandò a lui e, in questo difficile passaggio della sua esistenza, non ci è dato sapere in che modo Pieroni abbia rifiutato la sua vicinanza alla scrittrice. Oriana, affranta per quell'amore non corrisposto che aveva generato una gravidanza indesiderata, colta dalla disperazione chiese aiuto a Pieroni perché almeno individuasse un medico londinese che le praticasse un aborto in modo legale e sicuro. Prima che una decisione venisse presa, però, Oriana perse il bambino spontaneamente, arrivando a rischiare la sua stessa vita. Dimessa dall'ospedale, in una delle sue ultime lettere ad Alfredo Pieroni scrisse piena di desolazione: «C’è sempre stato un inconfessato ottimismo in me: un osti­nato resistere alle disgrazie, ed una misteriosa forza di recupero. Ma ora sento, con lucidità, che questa forza sta per andarsene. Non è per­ché il taglio mi duole e le gambe non mi obbediscono ma perché, ragio­nando, ho capito quanto sia irrimediabilmente sola e che nemmeno questa disastrosa esperienza è servi­ta a portarti vicino a me, e non posso certo condannarti per questo: sei stato, oltretutto, premuroso e genti­le».

Oriana Fallaci visse purtroppo un secondo aborto spontaneo, nel 1965. Fu proprio dopo questo ulteriore evento drammatico che, nel 1967, scrisse di getto una prima bozza di Lettera a un bambino mai nato, che all'inizio si configurava come un resoconto personale e uno sfogo necessario di fronte a un'esperienza così dolorosa. Fu il nipote di Oriana a trovare nei suoi archivi newyorkesi questa bozza - intitolata Letter to neverborn child - dopo la morte dell'autrice, nel 2015. Una delle immagini che in particolare sconvolse l'autrice fu la visione terribile del suo feto morto, che, grande appena come una noce, in seguito alla procedura ospedaliera a cui fu sottoposta per rimuoverlo, fu gettato dal medico tra le garze chirurgiche come un semplice scarto operatorio. In questo contesto, alcune frasi di Lettera a un bambino mai nato, che pure mantiene l'incedere lucido tipico della prosa di Fallaci, assumono un significato diverso, personale e profondamente doloroso: «Un figlio non è un dente cariato. Non lo si può estir­pare come un dente e buttarlo nella pattumiera, tra il cotone sporco e le garze».

Fallaci avrebbe perduto un terzo bambino, concepito assieme al grande amore della sua vita, Alekos Panagulis. La loro relazione durò dal 1973 al 1976, quando Panagulis morì in circostanze misteriose. Al loro rapporto e, in particolare, ai loro carteggi personali, il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato un approfondimento, che puoi leggere cliccando qui.

Quando, nel 1975, il direttore dell'Europeo, storica testata per cui Fallaci scriveva ormai da più di dieci anni, le commissionò un reportage sull'aborto dandole carta bianca, qualche mese dopo, al posto di un articolo, l'autrice gli presentò la bozza rivista di un romanzo, ovvero Lettera a un bambino mai nato. Rispetto alla bozza del 1967, il nuovo testo era stato epurato da tutti dettagli più intimi della sua testimonianza, oltre che dai riferimenti personali che avrebbero potuto portare all'identificazione dei suoi protagonisti. Si narra che l'editore, di fronte a questo atto di insubordinazione, non parlò a Fallaci per dieci giorni. Tuttavia il libro venne pubblicato nel settembre del 1975 e, con i suoi due milioni di copie vendute, contribuì al dibattito sull'aborto che aveva imperversato nel Paese per tutti gli anni Settanta e che solo nel 1981 condusse al referendum abrogativo che lo rese legale anche in Italia. Il romanzo venne tradotto in ventidue lingue, vendendo altri due milioni e mezzo di copie in tutto il mondo.

Proprio come Un uomo, dedicato alla figura di Alekos Panagulis e scritto dopo la sua morte, anche Lettera a un bambino mai nato è uno dei romanzi più autobiografici dell'autrice. Forse anche per questo, cioè per la forza della sua testimonianza, così sentita e sofferta, oltre che per la sua attualità, che risuona ancora oggi nonostante siano passati più di quarant'anni dalla sua pubblicazione, questo romanzo rappresenta uno dei maggiori successi di Oriana Fallaci.

Se desideri approfondire la biografia di Oriana Fallaci, clicca qui.


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Se vuoi sfogliare tutti gli articoli che il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato alle opere e alla figura di Oriana Fallaci, clicca qui.


In quanti modi si può amare? Il blog de Il Tuo Biografo ama parlare di tutti gli amori possibili: se vuoi sfogliare tutti gli amori che ha raccontato, clicca qui.

Se sei interessato al tema della maternità, il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato una riflessione sulla nascita dell'identità della madre: per leggerlo, clicca qui.

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