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  • Nina Ferrari

La famiglia e la «sindrome degli antenati» in Anne Ancelin Schützenberger


Nel mio lavoro di biografo mi trovo spesso a contatto col racconto personale di vissuti familiari importanti. Per comprenderli meglio, ma anche per non ferirli, per indirizzare con maggior cura le interviste che faccio ai miei clienti, ma anche per sostenere con attenzione la stesura delle biografie che sono loro stessi a scrivere, leggere libri o articoli che riguardano la psicologia mi è molto utile; perché - senza mai pormi come un'opzione alternativa a un terapeuta, che non sono - spesso ritrovo in essi spunti interessanti per comprendere e poi raccontare il vissuto di chi incontro, che è poi il mio obiettivo principale. Una delle letture che recentemente mi hanno colpita di più è il testo La sindrome degli antenati, di Anne Ancelin Schützenberger, di cui ho proprio voglia di raccontarvi alcuni aspetti che ho trovato particolarmente affascinanti.

Schützenberger (1919 - 2018) è stata una psicologa francese di fama internazionale, professoressa emerita dell'Università di Nizza e co-fondatrice dell'Associazione Internazionale di Psicoterapia di Gruppo: allieva di Jacob Levi Moreno e di Françoise Dolto, si è dedicata per tutta la vita alla psicologia transgenerazionele, si è specializzata in psicoterapia di gruppo, in particolare nello psicodramma, e ha sviluppato la tecnica del genosociogramma, una sorta di albero genealogico familiare che, oltre a registrare i legami di parentela, rende anche conto di eventuali traumi fisici e psicologici che, secondo la studiosa, possono ripercuotersi da una generazione a quelle successive. Nel corso della sua carriera la professoressa Schützenberger ha anche collaborato con personalità come quelle di Carl Rogers, Gregory Bateson e Margaret Mead (alla cui biografia romanzata il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato un articolo: che potete leggere cliccando qui).

La sindrome degli antenati è un saggio del 2004. Pubblicato in Italia da Di Renzo Editore, è considerato il caposaldo dell'autrice francese, oltre che il suo best-seller. Ve lo dico subito, perché si tratta di un fenomeno che dà anche il titolo al suo libro: secondo Schützenberger non è infrequente che una persona venga colpita da quella che lei chiama la sindrome degli antenati, o sindrome da anniversario, che consiste nella ripetizione - solitamente inconscia - di un comportamento, di un malessere o di uno stato d'animo che pone le sue basi in eventi del passato che riguardano la sua famiglia di origine.

Un esempio tipico - che, a essere sincera, in passato ho sperimentato anch'io in prima persona - può essere quello di un individuo che un giorno si sveglia sentendosi malinconico senza apparente ragione, per poi ricordare che proprio quel giorno vent'anni prima era morta sua madre. Secondo Schützenberger questo genere di evento ripetitivo può estendersi addirittura a incidenti oppure a comportamenti che, in qualche modo, replicano eventi familiari di cui non solo non si è lì per lì consci, ma di cui non si è mai stati a conoscenza. La tesi dell'autrice è molto intrigante, anche perché si rifà a una concezione della famiglia molto più complessa rispetto a ciò a cui siamo abituati a pensare.

Rifacendosi alla rappresentazione di atomo sociale fissata da Jacob Levi Moreno (che può essere definito come il quadro dei rapporti significativi di ciascun individuo, la cui identità viene determinata in base alla relazione che ha con ciascuno di essi), per Anne Ancelin Schützenberger la famiglia è proprio l'atomo sociale in cui ognuno di noi costruisce la propria identità a partire dalle relazioni che la compongono. L'identità di ogni individuo è dunque determinata dalla tela di relazioni familiari entro cui cresce e vive, oltre che da quella in cui si sono formati coloro che gli stanno intorno, ma di cui non è detto che lui sappia qualcosa: nonostante questo, la sua vita può essere profondamente condizionata da eventi che sono fondamentali non solo per lui personalmente, ma che rivestono un'importanza particolare per coloro che gli stanno vicino.

Secondo l'autrice questo accade perché ogni famiglia trasmette, di generazione in generazione, un'eredità morale - che può anche essere definita come un capitale familiare - che viene passata dai genitori ai figli; e di conseguenza anche ai figli dei loro figli. Si tratta di un trasferimento di valori e di regole sociali che deriva da una sorta di lealtà familiare, perché ogni famiglia per essere tale conta sulla lealtà dei suoi individui rispetto a dati principî, che di fatto rappresentano i perno attorno a cui ogni nucleo trova la sua unità; tant'è vero che, generazione dopo generazione, una delle pulsioni interne più condivise da ogni famiglia è quella di salvaguardarne sia il gruppo che la storia.

Inoltre, ogni famiglia viene regolata da leggi proprie, che paiono ovvie a chi appartiene a quel nucleo particolare ma che sono sconosciute - e a volte inspiegabili o persino incomprensibili - a un osservatore esterno: questo accade perché gran parte delle regole essenziali che governano ogni famiglia vengono date per acquisite, sono raramente spiegate e vengono solitamente apprese per imitazione; ovvero senza che il significato di quelle leggi sia evidente a chi le vive e le mette in pratica ogni giorno. Insomma, secondo Schützenberger ogni grande famiglia che si rispetti si fonda su non-detti, la cui origine si perde in un passato spesso dimenticato e che pure continua ad agire e a condizionare chi vive nel qui e nell'ora.

Per dirla con Françoise Dolto, che di Anne Ancelin Schützenberger fu uno dei mentori, «ciò che viene taciuto alla prima generazione la seconda lo porta nel corpo». Ed è proprio questa dimensione di memoria del corpo, legata alla memoria del gruppo familiare che tramanda le sue leggi attraverso il non-detto, a dare adito all'esistenza di una sindrome degli antenati. Perché, come sosteneva Schützenberger stessa, ogni famiglia, col suo particolare equilibrio, ha «un forte impatto sullo sviluppo di una persona, sulla sua salute, sulla sua malattia e sulle sue ricadute». Lo scopo di un percorso terapeutico basato su queste premesse è dunque quello di rendere visibile e di portare alla coscienza le leggi su cui si basa la lealtà familiare di ogni individuo, in maniera tale da non doverne più essere governati, ma, anzi, di esserne liberati.

Uno degli aspetti che più mi ha colpita delle teorie di Anne Ancelin Schützenberger è la dimensione narrativa, quasi romanzesca, del suo approccio terapeutico. Naturalmente non è difficile immaginare perché questo abbia catturato l'attenzione di una una biografa, che con il racconto e le parole lavora ogni giorno. Anche nel mio lavoro uno degli aspetti preliminari su cui spesso mi soffermo è l'individuazione dei «personaggi principali» di ogni storia che ascolto, di cui scrivo o che aiuto a redigere, perché credo che - proprio come in un romanzo: e soprattutto qualora si desideri fare della propria vita un romanzo - il percorso di ogni protagonista è profondamente condizionato dalle relazioni che ha intessuto nel corso della sua vita, da cui viene cambiato, nel bene e nel male.

Certo, ciò di cui mi occupo io mantiene sempre il distacco di un percorso biografico, il cui fine non è cambiare né curare il narratore, ma piuttosto raffigurarlo nel modo più autentico possibile attraverso lo strumento della parola. Tuttavia non posso fare a meno di notare come la parola scritta contenga in sé un potere rivelatore che, a un occhio esperto, può svelare molto di più di quanto appare a prima vista. E nei percorsi biografici personalizzati che seguo questo fatto diviene lampante fin dalle prime battute, quando si comincia a delineare la struttura della biografia; ma lo diventa a maggior ragione nel momento in cui si inizia a lavorare sul testo stesso, sulle parole e sui loro significati nascosti. Di quest'ultimo punto vi ho parlato già in questo articolo, sulla scrittura rivelatrice.

Insomma, sì, sono affascinata. E non solo perché l'esistenza della sindrome degli antenati collega il nostro presente, persino il nostro corpo, a una dimensione narrativa della nostra memoria; ma anche perché questo comporta che noi siamo la nostra storia, i nostri antenati, i loro racconti: essere un biografo è dunque un modo in più per essere in contatto con l'essenza più autentica dell'essere umani.

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