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  • Nina Ferrari

«Lettera a una professoressa» e la bellezza della scuola a Barbiana


«A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono:

- Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o molti.

- Sapere a chi scrivere.

- Raccogliere tutto quello che serve.

- Trovare una logica su cui ordinarlo.

- Eliminare ogni parola che non serve.

- Eliminare ogni parola che non usiamo parlando.

- Non porsi limiti di tempo»

Scuola di Barbiana

Lettera a una professoressa

Lettera a una professoressa è un pamphlet concepito da don Lorenzo Milani sul finire degli anni Sessanta e fu ispirato dalla sua esperienza di pedagogo e sacerdote alla scuola di Barbiana, un minuscolo villaggio isolato sull'Appennino fiorentino.

Nato nel 1923 a Firenze, Lorenzo Milani, agnostico, si convertì al cattolicesimo nel 1943 e, poco dopo, divenne un seminarista. Nel periodo in cui studiò in seminario cominciò già a mostrare insofferenza nei confronti di alcuni manierismi ecclesiali che, a suo parere, erano molto distanti dalle parole del Vangelo. Fu ordinato sacerdote nel 1947. Per i primi anni del suo sacerdozio insegnò presso una scuola popolare di operai vicino a Firenze e proprio in quel periodo concepì il suo primo scritto, Esperienze Pastorali, in cui analizzava la società in cambiamento in cui viveva e da cui temeva che, per l'eccessivo distacco e rigore, la Chiesa di cui lui faceva parte rischiasse di rimanere tagliata fuori. I suoi superiori non presero bene la sua analisi sociologica e nel 1954 lo fecero trasferire in un paesello isolato da tutto, dove non arrivavano né la luce né l'acqua corrente, e in cui vivevano appena quaranta anime: Barbiana. Don Lorenzo Milani aveva trentun anni.

A Barbiana il giovane sacerdote entrò in contatto con una povertà economica e culturale che prima non aveva mai incontrato e decise di istituire nella sua canonica una scuola a tempo pieno, a cui tutti potessero accedere indipendentemente dall'età o dal ceto. La regola principale della scuola era che chi sapeva di più aiutava chi sapeva di meno: essa non serviva a selezionare i migliori, ma a dare a ognuno gli strumenti minimi per rimuovere le differenze, soprattutto in una società in movimento come quella del boom economico, in cui un analfabeta poteva ormai essere considerato come «un cieco». Attenzione particolare veniva dunque rivolta alla lingua e alla scrittura: non solo don Milani promosse tra i primi il metodo didattico della scrittura collettiva, ma caldeggiò anche l'uso corretto della lingua quotidiana, contrapposta a quella letteraria, spesso troppo aulica e distaccata dalla vita. A tal proposito don Milani infatti scriveva: «Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi. […] Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a innovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo». Le critiche al suo metodo didattico - in cui il maestro era più un amico autorevole e fidato che un esperto autoritario e distaccato - si fecero presto sentire sia dagli ambienti ecclesiastici che da quelli laici. Lettera a una professoressa, che parla direttamente ai suoi contemporanei, rappresentò una risposta ai suoi detrattori.

Lettera a una professoressa fu scritto, con la supervisione di don Lorenzo Milani, dal collettivo di studenti della scuola e in esso i suoi autori si scagliarono contro il sistema educativo della scuola dell'obbligo - quello del secondo Dopoguerra in Italia, prima della rivoluzione giovanile - impettito nel proprio elitarismo e che per la sua stessa struttura impediva alle fasce più deboli di accedere agli studi e di proseguirli, perché invece di essere inclusiva era esclusiva. Eppure secondo loro la scuola - e perciò il sapere - doveva essere anche uno strumento di emancipazione e accrescimento per chi aveva alle spalle una famiglia povera e poche possibilità, perché a coloro che sono nati ai margini non bisogna insegnare solo l'obbedienza, ma «più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere». Già mentre veniva composto questo pamphlet, don Milani era gravemente malato. Morì a causa di un linfoma di Hodgkin nel giugno del 1967, un mese dopo la pubblicazione del libro.

Una volta pubblicato, Lettera a una professoressa fece molto scalpore e accese un infuocato dibattito sul mondo dell'educazione e della scuola in Italia. Di esso Pier Paolo Pasolini (di cui il blog de Il Tuo Biografo ha già parlato qui, quando era alle prese con Ungaretti) scrisse: «Mi son trovato immerso in uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie. Ciò che in questo libro mi ha entusiasmato è che è l'unico caso in Italia [...] in cui ci si trovi» davanti a una «forza ideale, assoluta, totale, senza compromessi; ed è questo che nel paese del qualunquismo mi ha riempito di gioia». Contemporaneamente, per il suo messaggio profondamente rivoluzionario, questo pamphlet fu usato come stendardo della rivoluzione giovanile che era alle porte e per questo fu strumentalizzato politicamente.

Di fatto, per molti, il messaggio espresso in Lettera a una professoressa ha condotto la scuola all'inizio della sua fine: alla perdita cioè di una scuola che sappia insegnare ai suoi alunni il rigore e la capacità di studiare, di far passare il concetto che l'autorevolezza del sapere - il cui raggiungimento comporta impegno e fatica - non può essere paragonata a una semplice opinione. Perché essere uguali per sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali non comporta che sapere meno sia uguale a saper di più. Ma questa critica, che è assolutamente fondata, poco ha a che fare col messaggio originario dei suoi autori, che desideravano solo una scuola più equa in un periodo storico in cui non lo era.

Eppure, dopo più di cinquant'anni, e ripulito dall'ideologizzazione da cui è stato ammantato negli anni, Lettera a una professoressa continua a essere attuale, a parlarci ancora, a interrogarci; e oggi soprattutto: perché la società in cui viviamo è diventata più stratificata e complessa, certo non si è semplificata; perché il vivere e la lingua quotidiana si sono arricchiti di influenze che superano i nostri confini geografici; e perché l'inclusione di chi proviene dagli strati più bassi della società, pur essendosi questi strati moltiplicati e sostituiti ad altri più nuovi, continua a essere un tema stringente, su cui vale la pena di riflettere: perché dove, se non a scuola, vengono formati i cittadini di domani?

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