• Sara Strepponi

Grace Murray Hopper, ammiraglio dell’informatica per cui «mai abbandonare la nave»



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Energica, innovativa, ironica, ma soprattutto risoluta.


È così che può essere descritta l’ammiraglio della Marina Grace Murray Hopper. Icona a lungo mitizzata, Grace teneva a ridimensionare la sua acclamata genialità e riconosceva a se stessa solo il merito di aver portato avanti, con tenacia, ciò che il buon senso le dettava. Nondimeno, amava definirsi una donna controcorrente. Anticonformista, superò pregiudizi legati all'età e al genere e diventò pioniera nel settore dell'informatica, nonché membro rispettato della Marina militare statunitense.

Innumerevoli furono gli aneddoti che Grace svelò durante le interviste rilasciate a radio e giornali. Hopper fu infatti una splendida oratrice, dotata di eloquio fluido e di pungente ironia. La biografia della «grande signora del software» – come viene spesso ricordata – sembra ricalcare la trama di un film che ruota intorno alla realizzazione di un sogno: gettarsi nel vortice della rivoluzione informatica e dominare il cambiamento tecnologico.

Grace Brewster Murray nacque a New York il 9 dicembre del 1906 presso una famiglia benestante e colta. La madre, Mary Campbell Van Horne, era esperta di matematica e appassionata di logica. A causa delle limitate opportunità riservate alle donne, non aveva intrapreso studi specifici e, forse anche per questo, credeva fortemente nell’equo riscatto da parte dei suoi figli. Dello stesso parere era il padre di Grace, Walter Fletcher Murray, dedito, come da tradizione di famiglia, al settore assicurativo. Grace era molto fiera delle sue origini e amava ricordare il bisnonno, l’ammiraglio Alexander Wilson Russel, un omone con i baffi lunghi e bianchi che si era distinto in campo militare. «Mai abbandonare la nave», era il motto che sembrava provenire dalla voce senza tempo di questo mitico eroe, suo avo e motivo di vanto. Hopper, che fece proprio questo insegnamento, amava ripetere:

«Una nave in porto è sicura, ma non è per questo che sono state costruite le navi».

La citazione, intrisa di determinazione e coraggio, diventò il tema dominante di tutta la sua vita. Dopo essere stata respinta al test di ingresso presso il Vassar College, decise infatti di presentarsi l’anno successivo e, nel 1924, venne così ammessa in una delle più prestigiose scuole femminili del tempo.

È a questo periodo che risale l’incontro con Vincent Hopper, brillante studioso di letteratura. Oltre alla passione per lo studio, i due condividevano l’amore per le rive del lago Wolfeboro in New Hampshire, località in cui le loro famiglie solevano passare le loro giornate estive.


Nel 1930 lei e Vincent si sposarono e, nello stesso anno, la signora Hopper si laureò. Nel 1934 Grace venne insignita del dottorato di ricerca in matematica dalla Yale University. Tra il 1931 e il 1937 solo sette persone ottennero questo risultato, di cui lei fu la sola donna. Grace considerava del tutto inutile conoscere la matematica senza saperla divulgare con semplicità. Fu questa radicata convinzione a spingerla verso l’insegnamento attivo, professione che esercitò presso il Vassar College, dove molti studenti, attratti dal suo carisma, affollarono corsi e lezioni.


La vita di Grace sembrava procedere con la massima tranquillità. Tuttavia, qualcosa di grave stava per succedere: «I can still remember December 7», ovvero mi ricordo ancora quel 7 di dicembre.


Con queste parole, Hopper esordì, anni dopo, ricordando lo sgomento con cui lei e Vincent appresero dell’avvenuto attacco di Pearl Harbor, nel 1941. Con l'offesa nipponica veniva meno la spensieratezza e, in questo clima di incertezza, i problemi di coppia, fino ad allora sopiti, emersero irreversibili. I due si separarono di lì a poco. Negli anni a seguire Grace non volle mai parlare del suo divorzio e, con compostezza, mise a tacere qualsiasi maldicenza su un argomento ancora considerato come uno stigma.


Gli uomini intanto iniziavano a partire per la guerra lasciando vacanti molte posizioni lavorative: nacque così la Riserva della Marina che aveva lo scopo di impiegare donne nel ruolo di meccanici, personale medico e, naturalmente, matematici esperti di calcolo. Il 27 giugno del 1944, la minuta e intrepida Grace si diplomò alla scuola militare preparatoria. Con il grado di tenente, mossa da forte spirito patriottico e libera da impegni familiari, fu pronta per iniziare la sua meravigliosa ed eccitante nuova vita.

Il 2 luglio del 1944, Hopper venne introdotta nel laboratorio di calcolo dell’università di Harvard. Davanti a lei trovò il dottor Howard Aiken, un uomo alto, dagli occhi grigi e dalle folte sopracciglia. L’aspetto era quello di uno scienziato torvo, dal carattere austero e a tratti misogino. Per i successivi cinque anni, Aiken sarebbe stato il suo capo e lei sarebbe diventata uno dei primi tre programmatori della storia dell’informatica – al fianco di Richard Bloch e Robert Campbell.



In prima fila, il tenente della marina Grace Hopper seduta tra i colleghi Howard Aiken e Robert Campbell

Da pochi mesi, IBM aveva infatti consegnato presso Harvard il primo computer elettromeccanico automatico della storia americana: l’ASCC, altrimenti chiamato Mark I. Ideato da Aiken per supplire alle difficoltà di calcolo incontrate durante il dottorato, Mark I costituiva, a detta del suo stesso inventore, «il sogno di un pigro» che si trasformava in una potentissima arma segreta: uno strumento atto a supportare le azioni militari con elaborati calcoli balistici. Per riferirsi alla spaventosa mole di Mark I, Grace amava chiamarlo «la bestia». Fu proprio questo gigante di oltre 750.000 componenti che permise a Hopper di trasformare se stessa da neofita in esperta programmatrice.

Oggi hardware e software presuppongono competenze distinte; allora invece l’uno non poteva prescindere dall’altro e per un programmatore risultava basilare conoscere la struttura fisica dei complessi circuiti meccanici. Una solida preparazione matematica occorreva poi per tradurre problemi ingegneristici in arcane istruzioni: il cosiddetto codice macchina, trasmesso al motore di calcolo tramite nastri perforati.

Sono riconducibili a questo periodo due contributi fondamentali: innanzitutto il concetto di controllo del codice – altrimenti detto debugging – di cui in questo articolo vi ho raccontato il curioso aneddoto della falena e poi l'idea di subroutine, tanto cara a noi programmatori. Creare delle subroutine significa dar vita a piccole porzioni di codice autoconsistenti e per questo riutilizzabili in blocco in diverse parti del processo. Il concetto, apparentemente semplice, ha notevoli risvolti in termini di velocizzazione e minimizzazione delle possibilità di errore .

Al di là dello sforzo intellettivo richiesto, non poche furono le difficoltà di Grace nell’affrontare un ambiente fortemente gerarchico, in cui gli uomini mal celavano il disappunto nel ritrovarsi una donna come collega. Tuttavia, grazie alla sua acuta intelligenza e all’indole di paziente mediatrice, Grace in breve divenne popolarissima, oltre che la beniamina del suo superiore. In un clima goliardico, favorito tra l’altro dall'isolamento geografico del laboratorio, Hopper dimostrò la sua originalità e non mancò mai di partecipare con grande ironia alle occasioni di aggregazione tra colleghi, fatte di scherzi camerateschi, alcol e tante sigarette.

A metà del primo anno, Aiken le si avvicinò e, serafico, le chiese:

«Hai mai scritto un libro?»

Alla risposta negativa di Grace, sentenziò inappellabile:

«Bene, allora lo farai!»

In Marina non si poteva tentennare. Oltretutto, questa nuova sfida stimolava in lei la grande passione per la scrittura. In breve nacque il manuale di funzionamento di Mark I in cui, oltre a descrivere i meccanismi, l’autrice dava un excursus storico dei grandi contributi all’informatica: da Pascal, passando per Leibniz, arrivando a Charles Babbage e Ada Lovelace. L’esigenza di eseguire calcoli complessi univa persone diverse, separate nel tempo e nello spazio. In quella che appare una sorta di staffetta, Aiken e Hopper avevano raccolto il testimone: lui realizzando fisicamente la visione di Babbage, lei raccogliendo l’eredità della contessa di Lovelace, antesignana della programmazione. Se ricordate, della sua incredibile storia vi ho già parlato qui.

Nel dopoguerra, la diffusione del manuale fu parte di una più ampia campagna condotta al fine di sensibilizzare il mondo dell’industria, che si riteneva dovesse subentrare alla Marina come fruitore e finanziatore di progetti tecnologici in tempo di pace. Fu questo lo scopo del simposio organizzato con successo da Aiken a inizio 1947. In questa occasione, Grace non figurò tra gli oratori ufficiali, forse per via dell’argomento della seduta – si parlò più di hardware che di software – ma probabilmente anche perché Grace, in quanto donna, appariva a torto meno autorevole dei suoi colleghi uomini. Sebbene il suo fosse un carattere forte e fiero, la mancata convocazione segnò la sua già provata emotività. La sua dipendenza da alcol si acuì fino a sfociare, nel novembre del 1949, in un arresto per ubriachezza e condotta disordinata nella città di Philadelphia.

A Philadelphia Grace si trovava perché vi era stata richiamata dalla Eckert-Mauchly Computer Corporation, per collaborare con J. Presper Eckert e John Mauchly sul progetto UNIVAC: un velocissimo computer elettronico nato per scopi commerciali. Mauchly era un uomo di larghe vedute, gentile e accomodante, e aveva creato un ambiente di lavoro inclusivo per le donne. Questa ventata di novità fu catartica per Grace che, riacquistato il suo equilibrio, ebbe una folgorazione: e se fosse stato il computer a imparare la lingua parlata dal programmatore, piuttosto che il contrario? Nacque così il concetto di compilatore, un programma automatico in grado tradurre le istruzioni, date in inglese, in codice macchina binario.

Si sa, le novità si accompagnano spesso alla resistenza di molti. Grace però, forte della sua capacità persuasiva, seppe far leva sul tasto giusto: presentò un modello in grado comprendere l'inglese, il tedesco e il francese. Era evidente che chi avesse per primo sviluppato questa tecnologia avrebbe acquistato una leadership notevole e i vertici aziendali della società per cui lavorava, toccati nel vivo del loro patriottismo, dopo le prime titubanze si convinsero a investire in questa direzione prima che lo facesse qualcun altro, magari anche straniero: nacque Flow-matic, il compilatore in grado di comprendere l'inglese. Tale tecnologia fu anche alla base di un linguaggio che fece storia: il Cobol, che fu sviluppato dal team di Hopper e che le valse il soprannome di «Nonna Cobol».



I programmatori D. Cropper, K.C. Krishnan, Grace Hopper e N. Rothberg ritratti accanto alla console Univac I

Grace rimase a Philadelphia per diciassette anni, periodo durante il quale viaggiò molto e divenne popolarissima. Nel frattempo non smise mai di prestare consulenza presso la Marina, che il 7 agosto del 1967 la rivolle con sé – ufficialmente per un impegno della durata di soli sei mesi, di fatto per altri diciannove anni. Nonostante l’età, Grace aveva ancora un'energia incredibile e fino all'ultimo lavorò per promuovere e vendere la sua idea di codice intelligente, standardizzato e portabile.

Non mancarono le occasioni in cui Hopper veicolò con sarcasmo le sue indimenticabili battute: «Bene, vedo che qui non ci sono molte donne, ma non preoccupatevi, andrò lentamente e spero possiate seguirmi» , disse ad esempio durante una conferenza davanti ad un uditorio di soli uomini. Solo velatamente femminista, Grace si oppose tuttavia ad alcuni movimenti che reputava addirittura controproducenti. Programmare era per Hopper qualcosa che si poteva imparare, esattamente come usare una lavatrice. La differenza stava nel dare l'opportunità alle giovani di apprendere anche questo genere di attività. Secondo lei questa era responsabilità primaria dell’educazione data in famiglia.

Il titolo di ammiraglio e gli innumerevoli premi ricevuti sono solo alcune delle peculiarità che accompagnarono Hopper durante la vecchiaia. A ciò si aggiungano le immancabili sigarette, l'amore per la divisa e la passione sfrenata per il football dei Redskins. Sofferente di osteoporosi, nei primi anni ‘90 del Novecento si mise a letto e, testimoni alcuni cimeli e le foto militari appese alla parete, morì nella tranquillità del sonno il primo gennaio del 1992. Nel suo ultimo percorso verso il cimitero nazionale di Arlington indossava gli immancabili guanti bianchi, perché per Grace nessun viaggio avrebbe mai potuto iniziare senza.

Se ancora non siete sazi di approfondire la figura di questa scienziata straordinaria, le letture che vi consiglio per conoscerla meglio sono solo in inglese, ma se lo leggete potranno soddisfarvi: mi riferisco a Grace Hopper and the Invention of the Information Age di Kurt Beyer e a Grace Hopper: Admiral of the Cyber Sea di Kathleen Broome Williams. Se invece volete conoscerla di persona e fare esperienza diretta della sua sagace ironia, non posso che invitarvi a dare un’occhiata a questo documentario di appena quindici minuti, diretto da Gillian Jacobs. Non vi deluderà.


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