• Sara Strepponi

Il computer che usi esiste grazie a una donna


Il ritratto di sei donne straordinarie che hanno cambiato la storia dell'informatica. Da sinistra, in alto: Karen Spärck Jones, Ada contessa di Lovelace, Hedy Lamarr. In basso: Grace Murray Hopper, Evelyn Berezin, Margaret Hamilton.


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Al secondo piano dell'ufficio IT un ticchettio di dita impazienti riecheggia sulle tastiere, mentre, a caratteri chiari, lettere numeri e simboli si compongono in codici ed empiono fitti fitti gli schermi. Siamo numerosi qui, tutti intenti ad assegnare istruzioni al pc. In arte, programmiamo: termine tecnico per descrivere un'azione comune. L'equivalente di eseguire una ricetta dove la farina si mischia al lievito e, solo dopo, si amalgama all’acqua e al sale per sfornare un pane casalingo. Contano le proporzioni, le procedure e l'ordine. Serve la logica, la meticolosità e l'attenzione, altrimenti la pagnotta non lievita.

Arresto il movimento delle dita, ma un tarlo assilla la mia mente e non vuole zittire. Mi solletica e quasi involontariamente mi desto, guardo i colleghi intenti a scrivere e una domanda mi esce spontanea:

«Chi di voi ricorda AltaVista?».

Era il 1995 quando l'antenato di Google - AltaVista appunto - sbaragliò i motori di ricerca allora esistenti sul mercato. Fu un immediato successo, dovuto in particolare all'estrema velocità con cui processava le richieste. Le sue elevate prestazioni non erano frutto di magia, bensì diretta conseguenza dell’applicazione della formula matematica ideata, nel lontano 1972, dall'informatica inglese Karen Spärck Jones.

Energica, ironica e anticonformista, Karen si avvicinò all'informatica avendo alla base una solida formazione umanistica. Fu proprio questa sua predisposizione al linguaggio che, unita ad una passione sfrenata per la statistica, le permise di dedicarsi con successo all'analisi della frequenza con cui parole e frasi ricorrono in grandi insiemi di documenti. Se oggi il motore di ricerca non si distrae e va dritto al punto, lo si deve al suo contributo.

Noto con piacere che la domanda da me posta ha destato l'interesse dei colleghi, probabilmente qualcuno vorrà approfondire il discorso. Nel frattempo mi siedo e, siccome ho molta voglia di testare la formula appena descritta, apro Google e digito la parola "bug", vocabolo di uso quotidiano tra noi informatici.

Grazie al contributo di Karen, Google è velocissimo e non si confonde: potrebbe rispondere che bug è la semplice trasposizione in lingua inglese del termine insetto - e parlarmi di entomologia ad esempio - ma subito intuisce che si tratta di una parola chiave con un significato specifico. La sua risposta è la seguente:

«Bug o baco è un errore nella scrittura del codice sorgente di un programma informatico».

Immediatamente sotto segue la spiegazione dell'origine del termine:

Era il 1947 quando il tenente della marina Grace Murray Hopper e il suo gruppo stavano testando il funzionamento di un programma. Ad un certo punto il computer preposto all’elaborazione dell'algoritmo si bloccò: una falena, entrata nel locale dalle finestre aperte, si era infilata in uno dei relé. Grace fu la prima ad accorgersi del problema e per risolverlo rimosse con una pinzetta l’ospite indiscreto, che venne immortalato con dello scotch nel suo diario di appunti. Da allora ogni programmatore che si rispetti sa che affrontare un problema informatico significa procedere con il “debugging”, senza pinzette ma spesso con la precisione degna di un lavoro chirurgico.

Il nome di Grace Murray Hopper - colei che restituì alla storia l’ignara falena e di cui vi ho raccontato tutta l'incredibile storia in questo articolo di approfondimento - non mi è nuovo e il mio tarlo mi invita ad approfondire. Scopro con piacere che è anche grazie a questa donna se più tardi potrò recarmi ad un bancomat e prelevare del denaro. Questa studiosa, risoluta, pratica e determinata, ideò il linguaggio di programmazione COBOL, tuttora alla base di software bancari. Il vero punto di svolta nella sua vita si ebbe con l’insorgere della Seconda Guerra Mondiale. L’allora minuta e quasi quarantenne Grace entrò volontaria nella marina militare statunitense e, nel 1944, venne nominata tenente per poi essere assegnata all'Università di Harvard. Qui lavorò a «un enorme ammasso di ferraglia, che faceva un baccano terribile». Queste sono le parole con cui la stessa descrisse Mark I, il primo calcolatore digitale automatico della storia.

Mark I era enorme marchingegno di 15,5 metri di lunghezza e 2,4 di larghezza, di cui la stessa Grace scrisse la documentazione che fu il primo vero manuale di programmazione della storia informatica. Non immaginatevi un noioso tomo incomprensibile. Certamente doveva illustrare dei tecnicismi, ma Murray, molto attenta a che la comunicazione fosse chiara, diede un taglio quasi letterario: ogni capitolo veniva introdotto da dotte citazioni per celebrare gli scienziati di tutti i tempi. Sul frontespizio dello stesso figurava un’immagine: il disegno della prima macchina per il calcolo differenziale della storia, progettata ben un secolo prima ad opera di Charles Babbage e Ada Lovelace. Della giovane figlia del poeta Byron, Grace ebbe a dire:

«Scrisse il primo programma, non lo dimenticherò mai».

Ada, contessa di Lovelace (di cui il blog de Il Tuo Biografo ha raccontato la storia incredibile in questo articolo), fu la perfetta sintesi di due forze contrastanti: la liricità eccentrica del padre e la scientificità tetragona della madre. Questa alterità fu la vera forza della giovane che seppe estendere la matematica attraverso l'uso dell'immaginazione. Era il 1844 quando arrivò a descrivere una macchina in grado di processare non solo numeri, ma anche dati più complessi quali simboli e note musicali. Aveva previsto esattamente quanto oggi ciascuno di noi può fare tra le mura domestiche: inserire note musicali tramite una tastiera per produrre musica dal pc.

Questa mia giornata si sta rivelando molto generosa di curiosità e informazioni che, per non disperdere, decido di appuntare prontamente in un foglio di scrittura Word. Nel farlo è bene che nomini e ringrazi un’altra studiosa, Evelyn Berezin, che nel 1968 brevettò e commercializzò il primo Word processor della storia. Scrivo il tutto, salvo e mi appresto ad attivare il wifi per mandare in stampa quanto ho prodotto. Ebbene, mi credereste se vi dicessi che anche in questa mia decisione pesa un fondamentale contributo dato da una donna?

Si chiamava Hedy Lamarr e la sua fu una figura complessa e ambivalente. Viennese di origine e statunitense d'adozione, Hedy era dotata di una bellezza accecante che le valse titolo di «attrice più bella del mondo». Suo malgrado incarnò i peggiori stereotipi di una donna dello spettacolo - nudi integrali, patrimoni dilapidati e molteplici disastrose relazioni sentimentali - ma fu anche una brillante e incompresa donna di scienza. Con la collaborazione di George Antheil, visionario musicista e suo compagno, durante le serate della Hollywood anni Quaranta arrivò a brevettare una tecnica che può essere considerata l'antenato del wifi criptato, del bluetooth e del gps.

Da sempre preoccupata per il clima di guerra teso e minaccioso, ideò un sistema grazie al quale i segnali di controllo delle strumentazioni militari - i missili ad esempio - non sarebbero stati intercettabili dal nemico. L'idea era quella di trasmettere gli stessi su una serie casuale di frequenze radio, continuamente in movimento e dunque imprevedibili. Questo brevetto, allora non implementato, trovò diffusione negli anni Ottanta e, distribuito per scopi civili, venne ampiamente usato nell'elettronica di consumo garantendo a noi oggi una navigazione su reti wifi sicure. Dell'incredibile e romanzesca vita di Hedy Lamarr, esempio lampante di donna bellissima e intelligente, vi ho parlato in questo articolo.

Si è fatto tardi e, ancorché motivata nella mia ricerca, mi arrendo all'orologio, ritiro i fogli che ho appena stampato, ed esco. È una serata speciale e il cielo è popolato da luci che si intravedono in lontananza. Frontalmente mi appare la luna, oggi in tutta la sua pienezza. Penso ad Armstrong e alla famosa frase pronunciata il 21 luglio 1969. Ebbene, quel «piccolo passo per l'uomo, gigantesco passo per l'umanità» non avrebbe avuto luogo senza la scienziata Margaret Hamilton. Nella scrittura del programma Apollo 11, la famosa programmatrice della NASA aveva previsto un possibile errore del computer di bordo, dovuto ad un eventuale sovraccarico nella quantità di dati ricevuti. Questa eventualità, dai risvolti potenzialmente mortali, ebbe a manifestarsi a tre minuti dall'allunaggio. Fortunatamente Margaret ne aveva previsto la soluzione.

Mi attende una serata di svago, ma, prima di raggiungere gli amici, rivolgo uno sguardo alle stelle e nella mia mente tornano i nomi di Karen, Grace, Ada, Evelyn, Hedy e Margaret: tutte donne, tutti astri della scienza informatica, che troppo spesso sono stati oscurati, avvolti nel buio dello spazio dominato dagli stereotipi. Ciò che non viene nominato non esiste ed è per questo che sono fiera di aver ricordato queste pioniere che ringrazio per l'impegno profuso in un settore che, oggi come allora, avrebbe tanto bisogno della presenza femminile.


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