• Nina Ferrari

«Nonna Clelia», il ritratto di una donna impossibile (da una biografia di Nina Ferrari)


Annarella e altre storie è solo una delle biografie che ho scritto da quando è nato il progetto de Il Tuo Biografo. Come gran parte dei libri che scrivo, anche questo è destinato a un pubblico privato, familiare. È stato stampato in poche decine di copie e perciò non è possibile trovarlo in libreria. Tuttavia, a differenza della maggior parte delle storie che mi trovo a raccontare, Annarella e altre storie copre un arco di tempo limitato: un'infanzia appena. Si tratta di una raccolta di racconti costruiti attorno a un tema, o a un personaggio specifico, e non vuole rappresentare la complessità di una vita intera. Si basa sui ricordi di D., un uomo nato nella Calabria degli anni Quaranta e cresciuto in quello stesso luogo negli anni Cinquanta. Scrivere questo libro è stato importante per me, perché ho avuto modo di scoprire e narrare un mondo che oggi non c'è più. E, mentre permettevo alla memoria di D. di viaggiare a ritroso e di saldarsi nei racconti che compaiono in questo volume, allo stesso tempo scoprivo alcuni usi e costumi che, senza il mio lavoro, avrebbero rischiato di essere un giorno dimenticati. Data la particolare natura di questo libro, D. mi ha firmato una liberatoria perché possa mostrare alcune pagine di questo libro, ovvero quelle meno personali. Oggi vi propongo il capitolo che ritrae un'antenata particolare del protagonista: nonna Clelia, una donna dal carattere impossibile eppure - almeno nel racconto - irresistibile. Se volete leggere un altro capitolo tratto da Annarella e altre storie, cliccando qui troverete un passo che narra il giorno del mercato. Buona lettura!

***

NONNA CLELIA (E NONNO DOMENICO)

Nonna Clelia era un vero incubo e la donna meno empatica che abbia mai conosciuto. Diceva sempre la cosa sbagliata e ovunque andasse seminava zizzania. Viveva a Riva del Garda, ma nel corso dell’anno faceva soventi incursioni a Innsbruck, Vienna, Praga e Parigi, dove incontrava i suoi numerosi cugini e si rifaceva il guardaroba. Non rimaneva mai troppo a lungo in un luogo solo, più che altro perché, credo, nessuno la sopportava. D’inverno faceva la spola tra Roma, Amantea e Corigliano, dove spesso rimaneva un po’ più a lungo dividendosi tra i figli che, anche se con fatica, almeno la intrattenevano in due.

Il fatto è che nonna Clelia non sopportava nessuno e, d’altra parte, nessuno sopportava lei. Dopo quindici giorni era lei stessa a fare le valigie e diceva all’uno o all’altro di dover andare via, anche perché disprezzava con entusiasmo l’unica nuora e tutti i generi.

Si era diplomata in pianoforte ed era un’abile suonatrice di violino. Quando conobbe Lalla, la futura nuora allora ventenne, stava seguendo in televisione i funerali di Stravinskij e così le chiese:

«Signorina, lei suona l’arpa?»

«No, signora»

«Allora il violino?»

«No, signora»

«Il pianoforte, almeno, sì?»

«No, signora»

Allora andò da mia madre e disse: «Livia, de rustica progenie semper villana fuit!».


Aveva avuto una vita infelice che l’aveva incattivita senza rimedio. Anzitutto era figlia di una donna perfida, la temibile Giuseppina de Campi Montesanto, originaria di Cles, in Trentino. Giuseppina, che dopo il matrimonio si era trasferita a Riva del Garda, era una donna bellissima dal carattere impossibile. Aveva dato alla luce tre figli, di cui uno era nato minorato, mentre un’altra era stata colpita

per ben due volte dalla meningite nel giro di pochi anni, rimanendo infine deficiente. Infine c’era mia nonna, rimasta da sola a combattere la madre megera che, tra le altre cose, era anche una notoria taccagna. Morì per un tumore allo stomaco, ma a Riva del Garda si diceva che in realtà fosse morta di fame.

Nonna Clelia fu educata in uno dei collegi più prestigiosi d’Italia, se non d’Europa: Poggio Imperiale, in Toscana. E fu proprio durante un ballo a Firenze, organizzato dalla marchesa Ginori, che conobbe l’amore della sua vita, Domenico Fino. Al ballo lei aveva partecipato in qualità di ex poggiolina e amica di una giovane Ginori, mentre lui era stato invitato in quanto ufficiale medico. L’amore scoppiò, nel 1912 decisero di sposarsi, e quello fu l’inizio della fine. Giuseppina non vedeva infatti di buon occhio che sua figlia si sposasse con un borghese, per di più calabrese. Ma Clelia e Domenico non si fecero

intimidire da questa mancata benedizione e si unirono in matrimonio nonostante Giuseppina si rifiutasse di presenziare alla cerimonia.

Il loro fu un amore breve ma davvero intenso. Nel giro di pochi anni nacquero quattro figli: Caterina, Adolfina, mamma (Teresa Livia) e Giuseppe. Giuseppina si rifiutò d’incontrarli fino alla sua morte, che avvenne nel 1922. Nel frattempo una nuova tragedia si era abbattuta sul destino di nonna Clelia: nonno Domenico, che lei chiamava affettuosamente Nico, era morto per le ferite riportate in combattimento durante la Grande Guerra. E Nico, forse perché conosceva bene sua moglie o forse perché non sopportava l’idea che i suoi figli venissero in contatto con la terribile Giuseppina che li aveva disconosciuti a causa delle loro origini, prima di partire per il fronte lasciò scritto nel testamento che i figli avrebbero dovuto essere affidati alle cure degli zii, che vivevano in Calabria, a Corigliano, e non a quelle della madre. Nonna Clelia non si oppose alle volontà del suo amato Nico: era stato l’unico ad averle regalato un pizzico di felicità e lo continuò ad amare furiosamente anche dopo la sua morte.

Mi sono sempre chiesto se le disposizioni di nonno Domenico avessero ferito nonna o, invece, l’avessero sollevata da un’incombenza sgradita. Era incattivita dalla vita, ma non ho mai capito se cattiva lo fosse diventata o se fosse sempre stata così.


È comunque indubbio che, quando la conobbi io, nonna era già un incubo. Passava il suo tempo a fare la guardia alla servitù, persino ad Annarella, che lei non mancava mai di rimbrottare: «Avanti! Avanti! Meno parole Annarella! Cosa sono tutte queste chiacchiere? Lavora, lavora!». Se mamma e papà andavano a Cosenza per qualche commissione, al loro ritorno nonna iniziava con le sue lamentele ancora prima che entrassero in casa. Si affacciava alla porta dei nostri appartamenti mentre salivano

le scale e iniziava a inveire su tutto ciò che nel corso della giornata era andato storto: da noi bambini che le avevamo disubbidito, alle serve che avevano fatto male, ad Annarella che aveva parlato troppo. E mamma, paziente, le diceva: «Mammà, fammi entrare prima, ché poi mi dici». Mamma la sopportava con amore. A causa della loro infanzia, tutti e quattro i figli di nonna Clelia sentivano di dover compensare il tempo perduto sopportandola, ma mamma aveva un’indulgenza particolare. Nonna lo

sapeva e, a modo suo, la ricambiava. La chiamava affettuosamente Liviona, ed era la sua figlia prediletta.


Nonna Clelia non aveva solo un temperamento impossibile, i suoi comportamenti erano spesso velati da autentica cattiveria. Mamma mi raccontava che da ragazzo zio Peppino aveva cominciato a fumare. Nonna l’aveva scoperto e, invece di coprire questo segreto o di sgridarlo in prima persona, andò a fare la spia dal cognato, suo tutore, perché lo redarguisse lui; non potevi farle una confidenza perché, prima o poi, ti si sarebbe ritorta contro. Con i figli parlava sempre in tedesco per non essere compresa da chi le stava intorno, familiari e non. Lo parlava anche con mia madre, che però faceva sempre finta di non capire perché la considerava la lingua del dissidio con gli zii che si erano occupati di lei e dei suoi fratelli. Non si sentiva di escluderli parlando in tedesco, che loro non conoscevano. Quando invece voleva rivolgersi ai generi o alla nuora, nonna Clelia parlava in francese, in modo che in questo caso fosse la servitù a non capire. In quelle occasioni, papà s’infuriava come un matto perché lui parlava solo l’italiano e non conosceva le lingue. Mamma tamponava la situazione come poteva e quando nonna le si rivolgeva in francese lei rispondeva sempre in italiano. Insomma, non è difficile capire perché tutti fossero sollevati quando lei se ne andava via.


L’unica persona che a casa nostra era dispensata dall’avere rapporti con nonna Clelia era nonna Vincenza, che se ne stava tranquilla nella sua stanza e di solito mangiava per conto suo, prima di noi. Inoltre anche lei l’inverno spesso andava a trovare le sue figlie che vivevano tra Napoli e Padova; e questo naturalmente riduceva drasticamente le occasioni d’incontro tra le due matriarche: provenivano

da mondi diversi, parlavano lingue diverse, e il loro rapporto era infatti vicino allo zero.


Nonna Clelia aveva le sue manie, ma anche i suoi momenti di generosità. Sapevo di essere il suo nipote preferito, anche se i modi per dimostrarmelo erano, come tutto ciò che la riguardava, molto particolari. Per i miei dieci anni mi regalò un asciugacapelli, di fronte al quale rimasi senza parole. Non credo di aver mai ricevuto un regalo così brutto. Un po’ meglio andò l’anno successivo, quando mi mandò un astuccio per le matite che mi suscitò anche un certo entusiasmo. Nonna riteneva che un buon regalo fosse un regalo utile e aveva bandito dalla sua lista dolci e giocattoli, perché i primi facevano male mentre i secondi finivano sempre per rompersi. Ma il ricordo migliore che ho di lei risale

a un viaggio che facemmo insieme da Amantea a Roma, dove mi era stato prenotato un controllo medico. Avevo circa dieci anni e in quell’occasione nonna mi fece fare il turista, mi mostrò i monumenti di Roma, compresa la Scala Santa che lei salì in ginocchio, dispensando me dal farlo. Di quei giorni il momento migliore fu quando mi riempì di cartoline e di vedute a soffietto della città, che mi piacevano un mondo.


A modo suo era una donna molto oculata: la definirei una ricca risparmiatrice. Quando era a Roma era sempre impegnata in qualche tipo di traffico. Sapeva perfettamente in quale quartiere e in quale negozio le cose costavano meno e così passava il tempo acquistando oggetti che le sembravano affari. Ad esempio sapeva che in una certa bottega di San Giovanni c’erano ottimi aghi da cucito

a buon prezzo; allora partiva da casa in taxi – abitava ai Parioli – per raggiungere San Giovanni e comperare due cartocciate di aghi che costavano un decimo della corsa di venti minuti in auto. Stesso discorso per le stringhe delle scarpe, il cui migliore fornitore era a Prati, in via Cola di Rienzo. A Roma passava il tempo in questo modo, rifornendosi all’ingrosso di cose che non le servivano e che perciò distribuiva ai familiari, soprattutto a mia madre, che era la sua prediletta e che dei suoi quattro

figli era quella economicamente più in difficoltà.

D’estate era tipico ricevere i suoi pacchi, ricoperti in tela di sacco e la cui etichetta recava la scritta generica «Effetti d’uso». Quando aprivamo la scatola, ci trovavamo sempre dentro il ben di dio, replicato in quantità fuori dal normale: se nonna comperava una matita perché le sembrava

un affare non si limitava a prenderne una o due, ne acquistava cinquanta, e poi naturalmente ci faceva un pacco che spediva a noi. Noi di cinquanta matite non sapevamo che farcene e così le distribuivamo a nostra volta a chi ne aveva bisogno ad Amantea.

A un certo punto nonna fu presa da un’indomita passione per le pantofole di feltro: semplici, senza orpelli, solitamente di colore grigio o marrone. Ne comperò in quantità industriali e, non sapendo cosa farsene, le mandò a casa nostra. Quando aprimmo il pacco rimanemmo tutti inorriditi e cercammo

di disfarci al più presto di tutte quelle pantofole dispensandole alla servitù e ai nostri famigli. L’inverno successivo, come sempre, nonna venne a trovarci e notò subito che non indossavamo i suoi regali.

«Ma le pantofole dove sono finite?», chiese a mia madre.

«Le abbiamo indossate tanto che si sono già consumate», rispose lei.

Non sapeva ancora che quest’affermazione avrebbe portato nonna a mandarci nuovi bastimenti di

pantofole in feltro l’estate successiva. Con buona pace del buon gusto, per placare nonna, fummo infine costretti a indossarle. E finimmo anche per apprezzarle.

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