• Nina Ferrari

La biografia infelice di Sandor Marai, autore della malinconia


Sándor Marái (1900 - 1989) fu un giornalista e uno scrittore ungherese, naturalizzato negli Stati Uniti, ed è considerato oggi uno dei massimi autori del Novecento. Viene anche ritenuto uno dei massimi esponenti novecenteschi del realismo borghese ed è conosciuto per la profonda introspezione che ha sempre utilizzato per delineare i personaggi dei suoi romanzi.

Nato sotto l'Impero Austro-ungarico, nella regione dell'allora Ungheria che oggi appartenente alla Slovacchia, Márai studiò giornalismo a Lipsia, in Germania, e in seguito lavorò per la Frankfurt Allgemeine Zeitung. Come Franz Kafka, che Márai fu il primo a leggere e a recensire positivamente poco dopo la sua morte, anche l'autore ungherese fu in dubbio su quale lingua usare per i suoi scritti. In bilico tra lo scrivere in tedesco o nella sua lingua madre, a differenza dello scrittore ceco infine preferì quest'ultima. Non per ritrosia dunque, ma molto più probabilmente perché scelse di comporre le sue opere in una lingua difficile e poco diffusa, Sándor Márai, proprio come Kafka, rimase misconosciuto ai più mentre era in vita. Solo dopo la propria morte venne finalmente riconosciuto per il suo grande talento e le sue opere vennero tradotte in tutto il mondo.

Dopo aver lavorato come giornalista a Berlino, in Germania, e poi come corrispondente a Parigi, nel 1928 tornò a Budapest con l'intenzione di trovare lì un nuovo lavoro come giornalista e, nel frattempo, di dedicarsi alla narrativa, da cui era profondamente attratto e con cui intendeva misurarsi. Nel 1934 pubblicò con successo il romanzo Confessioni di un borghese, che in Ungheria fu accolto con entusiasmo. Negli stessi anni, tuttavia, suoi giornali commentò molto aspramente sia il regime nazista che quello comunista: cominciò a diventare un autore inviso ai politici del suo tempo.

Per via delle sue ferme posizioni politiche - era infatti un convinto oppositore di qualsiasi forma di fascismo - al termine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1948, Márai fu costretto a emigrare dalla sua adorata Ungheria, che un anno dopo sarebbe diventata ufficialmente un Paese comunista, in cui la sua presenza era sgradita. Di questo travagliato periodo della sua vita scrisse approfonditamente in Volevo Tacere, un resoconto autobiografico e un'analisi limpida e feroce di quegli anni disponibile ai lettori italiani solo dal 2017. Ne rappresenta la continuazione ideale Terra, Terra...!, che invece l'autore stesso aveva pubblicato nel 1972, quando viveva in Italia.

Dopo aver trascorso un periodo in Europa Occidentale, tra Svizzera e Italia (Sándor Márai amò profondamente la Costiera Amalfitana, dove visse a più riprese assieme alla moglie Lola, che era di origini ebraiche e che aveva sposato nel 1923), nel 1957 prese la cittadinanza statunitense e si stabilì a San Diego in California col figlio adottivo János, orfano di guerra. Continuò a scrivere in lingua ungherese, senza venire però tradotto in lingue più conosciute, rimanendo perciò estraneo al grande pubblico mondiale: solo in Ungheria, dove però non poteva tornare per via della sua fede politica, gli veniva riconosciuta la sua grandezza.

Sándor Márai ritratto al fianco della moglie Lola

Fu infatti fin da subito riconosciuto in patria, ma rimase per lo più sconosciuto alla letteratura internazionale fino a dopo la sua morte. Verso la fine degli anni Ottanta, dopo una lunga malattia perse la moglie Lola, al cui fianco era stato per più di sessant'anni. Di lì a poco gli venne a mancare anche il fratello. Ma fu la scomparsa prematura del figlio János, che morì improvvisamente a quarantasei anni, a dargli il colpo di grazia e a scagliarlo in una profonda depressione.

Sándor Márai, ormai isolato da tutti coloro che aveva amato in vita, decise di frequentare il poligono di tiro per imparare a usare la pistola e, nel febbraio del 1989, proprio per un colpo di pistola autoinferto morì suicida, a 89 anni. Pochi mesi dopo, nel novembre del 1989, cadde il Muro di Berlino che, metaforicamente e fisicamente, l'aveva costretto all'esilio per gran parte della sua esistenza.

All'inizio degli anni Novanta le sue opere cominciarono a venire tradotte sia in Francia che in Germania, così come in Italia, portandolo finalmente ad essere riconosciuto per il suo grande talento anche a livello internazionale, anche se in modo postumo. Il suo romanzo più amato e rappresentativo fu Le Braci, scritto nel 1942: perché venisse applaudito unanimemente come un capolavoro della letteratura mondiale, aveva dovuto attendere più di cinquant'anni da quando era stato pubblicato per la prima volta, ovvero ben oltre un lustro dopo la morte del suo autore.

Se vuoi approfondire la storia che sta dietro alla pubblicazione di Le Braci, clicca qui.

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