• Nina Ferrari

Valeria Solesin, le vittime di terrorismo e i martiri del nostro tempo


La toponomastica è forse uno degli ultimi modi in cui al giorno d'oggi si esercita quotidianamente la memoria. In un periodo storico in cui le notizie fuggono e sfuggono giorno dopo giorno, scolpire un nome sulla pietra in una città rimane l'estremo tentativo di fermare il ricordo di qualcosa perché non si dissolva. I nomi delle vie, delle strade, delle piazze, fungono da puntelli di memoria, post-it che permettano di non lasciar decadere l'attenzione da un evento o una personalità che, secondo la maggioranza della società, merita di essere ricordata. E quindi intitolare una piazza a qualcuno equivale a fare di quel qualcuno un esempio per i posteri. Ma è davvero ciò che accade?

È spesso indicativo di questa pratica - la scultura sulla pietra di un'epigrafe - la trasformazione di una vittima in un martire, ovvero di una persona ricordata non per come ha vissuto, ma per come è morta. La riduzione di una personalità alla figura di martire significa dunque concentrare il ricordo sulla sua fine e non sulla sua reale personalità o sui suoi meriti: l'unico merito notevole, o almeno l'unico che viene indicato sul supporto di memoria che intenderebbe ricordarlo, è che abbia perso la vita, magari in un dato modo. Si tratta di una delle tante beffe ricorrenti che accomunano le vittime di tutti i tempi e a questo tema - ovvero alla spersonalizzazione della vittima, che oltre a morire nel corpo rischia anche di vedersi negata la possibilità di una memoria vera, che cioè le riconosca un'identità reale, umana e compiuta - il blog de Il Tuo Biografo ha rivolto diverse riflessioni, tra cui anche questo approfondimento dedicato alle vittime del Mediterraneo o questo che racconta la memoria difficile delle vittime dell'attentato di Utoya, in Norvegia.

Risale al marzo del 2017 la notizia per cui una piazza a Trento sarebbe stata intitolata a Valeria Solesin. Di origine Veneziana, Solesin fu una delle vittime dell'attentato terroristico al teatro Bataclan di Parigi il 13 novembre del 2015, nell'ambito di un più vasto e articolato attentato terroristico, pianificato e rivendicato dall'autoproclamato Stato Islamico, che colpì quella notte la capitale francese. La connessione di Valeria Soresin con Trento erano gli anni di studio alla Facoltà di Sociologia e il fidanzato trentino, con cui Valeria quella sera di novembre avrebbe dovuto passare una serata all'insegna della musica e che invece se la vide morire tra le braccia. Il consiglio comunale di Trento decise così di rendere onore alla giovane studentessa destinando al suo ricordo un luogo di memoria.

Ma intitolare a una persona un luogo di memoria che tipo di memoria assicura? La targa scolpita in onore della giovane studentessa dice: «Valeria Solesin (1987-2015) - Vittima del Terrorismo». Non è un caso che questa sia l'epigrafe: da un lato il nome della vittima, dall'altra la ragione per cui viene considerata tale - e, in un certo senso, per cui è anche degna di memoria.

Sebbene Valeria Solesin non stesse lottando per alcun ideale in particolare nella notte in cui fu uccisa, la sua stessa morte rappresenta un sacrificio per un ideale; ovvero, in questo caso, la libertà di gestire la propria vita secondo un modello europeo-occidentale, in contrapposizione a un'ideologia per cui quello stile di vita può essere ritenuto quanto meno condannabile. Intitolarle una piazza, quindi, non significa tanto celebrare la persona, la cui identità rimane indistinta, ma piuttosto ricordarne il martirio, ovvero la morte violenta e indesiderata, affinché essa non sia accaduta invano. Perché, se è vero che Valeria non esiste più, la sua fine deve ricordare a noi che ancora viviamo come il terrorismo possa con un niente minare le nostre esistenze. La morte di Valeria Soresin diventa dunque possibilità del ricordo di cosa significhi essere europei-occidentali in un contesto storico in cui quest'identità viene, ripetutamente, sfidata. Ma non ha nulla a che vedere con lei come persona.

Lo scopo del progetto de Il Tuo Biografo è stato, fin dall'inizio, quello di dare voce e memoria alle persone normali, alla loro viva identità e alla loro storia personale. È un obiettivo in cui io personalmente credo moltissimo, perché là dove posso intendo sfidare la dimenticanza. Dunque non stupirà che questo genere di processo, quello che fa di una vittima un martire, ricordata quindi per la propria morte e non per la propria vita, in parte mi disturbi. E questo non ha nulla a che vedere con il valore che anche questo genere di memoria possiede, che è importante sì, ma in una dimensione collettiva, che non tiene conto del singolo.

Ecco, dunque, vi lascio con un'invocazione. Quando avete tempo, quando non sapete cosa fare, date un'occhiata ai nomi a cui sono intitolate le strade che percorrete ogni giorno. Segnateveli e poi andate a scoprire a chi appartenevano: in questo modo magari non solo vi farete una cultura (non fa mai male!), ma compierete anche un atto di ricordo nei confronti di qualcuno che per qualche ragione è stato considerato degno di memoria. E così facendo, per quanto possibile, renderete onore alla sua unica e distinta identità, alla sua persona.

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Il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato diverse riflessioni all'identità e alla memoria della vittima in quest'epoca purtroppo segnata da eventi capaci di causare la morte di masse di persone. Le vittime di massa, infatti, spesso faticano a ritrovare una loro identità e una memoria che renda loro onore: se ti interessa sfogliare tutti gli articoli che il blog de Il Tuo Biografo ha dedicato all'argomento, clicca qui.

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