• Nina Ferrari

Perché scrivere la propria autobiografia, anche se non sarà un best-seller


Spesso, quando vengo contattata da possibili clienti o, come piace chiamarli a me, potenziali biografizzandi, una delle domande che mi viene posta è se il racconto della loro vita potrebbe trovare un proprio spazio nel contesto del mercato librario - ovvero se penso che, una volta scritta la loro storia per bene e magari con il mio supporto, la loro biografia potrebbe venire pubblicata da una vera casa editrice e poi distribuita in libreria per essere a disposizione di tutti. Rispondere a questa domanda, soprattutto in uno stadio così preliminare, non è solo molto difficile, ma è, a mio parere, soprattutto inutile.

Intraprendere un percorso biografico è un atto molto diverso rispetto a quello di scrivere un romanzo d'invenzione: è innanzitutto un regalo che si fa a se stessi e, eventualmente, anche alla propria famiglia. Ed è da questo punto che mi piace partire quando incontro una persona per la prima volta. Scrivere la propria biografia - o farla scrivere da un biografo dopo essersi raccontati - è soprattutto un modo per conciliarsi con la propria vita, permettersi uno spazio di riflessione sul proprio modo di vedere le cose e il mondo e, a volte, anche un esercizio terapeutico nel far fronte ad alcuni contenuti più dolorosi della propria esperienza. Solo in ultima istanza, e certo non sempre, può essere un atto letterario il cui scopo è farsi conoscere anche dal mondo esterno.

Raccontare o addirittura scrivere la propria storia è un modo molto efficace per dare un senso alla propria vita, soprattutto se supportati da una serie di tecniche che un esperto in biografia e autobiografia conosce. Questo vale sia nel caso in cui si voglia narrare la propria esistenza, sia qualora si decida di soffermarsi in particolare solo su una parte di essa, come ad esempio la propria carriera.

Il piacere del ricordo, che prende forma con la narrazione, scritta o orale, del proprio passato, è una sensazione che riguarda tutti noi, a tutte le età. Inoltre, se una persona sa di avere uno o più eventi traumatici alle proprie spalle, un percorso biografico ben fatto può essere uno strumento efficace sia per riprendere il controllo della propria vita che per elaborare in modo positivo alcuni tratti della propria esperienza.

Dan MacAdams, di cui vi ho già parlato proprio in queste pagine, è uno psicologo comportamentista che si occupa in particolare di psicologia narrativa. Secondo le sue ricerche, il modo in cui si racconta la propria storia può influenzare grandemente la maniera in cui ci vediamo; lo studioso sostiene che, in alcuni casi, una differente narrazione di sé - una narrazione che, invece di mettere in luce solo il trauma, evidenzi invece le sfide superate nella vita , in quello che MacAdams stesso definisce come il modello delle storie di redenzione - può essere terapeutica. In questo senso, un percorso autobiografico intrapreso con accanto a sé una guida che sappia sottolineare e indirizzare l'andamento del proprio vissuto secondo uno schema di redenzione può essere un'esperienze assolutamente positiva.

E cosa c'entra tutto questo con la possibilità di pubblicare la propria storia per farla conoscere a un pubblico più vasto? C'entra, eccome. Quando si intraprende un percorso biografico, è possibile che si debbano dissotterrare argomenti scomodi o dolorosi, che ci si debba confrontare con il ricordo di persone di cui non ci è possibile parlare in modo positivo, anche se magari ci sono (state) molto vicine. Se sappiamo di compiere un lavoro privato, destinato solo a noi stessi o alla nostra cerchia ristretta, non c'è alcun problema: possiamo sviscerare ogni argomento nel modo che più ci aggrada. Ma, se cominciamo a pensare a cosa diranno gli altri del nostro scritto, e se magari rischiamo di offendere qualcuno, o addirittura di mettere in cattiva luce noi stessi in una data circostanza: questo che effetto produce sul nostro percorso biografico? Il rischio è che la narrazione e la riflessione perdano autenticità e che l'obiettivo iniziale - quello cioè di scoprire o aiutare se stessi, attraverso il racconto di sé - si perda nel tentativo, ancora non provato, di voler compiacere il proprio pubblico immaginario.

Nella mia personale esperienza di lettrice, la mancanza di autenticità è uno dei difetti più ricorrenti nei libri mal riusciti. Nella mia esperienza come biografa, nessun percorso biografico può dirsi riuscito se manca di autenticità. E dunque? Qual è la soluzione?

Raccontarsi. Raccontarsi senza filtri, andando in profondità, guardandosi allo specchio e facendo defluire le parole che descrivono ciò che si vede. Indugiando nei ricordi e costruendo la propria storia - soli o accompagnati da un biografo - senza porsi altro pubblico oltre a se stessi o, al massimo, la propria cerchia ristretta. Se il prodotto che deriverà da questo percorso sarà anche valido dal punto di vista letterario, allora si vedrà: quello è un problema da porsi - o una possibilità da prendere in considerazione - quando la propria storia sarà già stata narrata. Condividere la propria storia con gli altri è un regalo a cui si può pensare solo dopo essersi donati l'opportunità di raccontare se stessi... a se stessi.

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Sono molti gli autori, spesso anche eccezionali, che hanno riflettuto su cosa renda grande la scrittura e su quali siano le regole da seguire quando si vuole scrivere un romanzo. Senza credere che alcuno di questi suggerimenti sia un dogma, il blog de Il Tuo Biografo si diverte di tanto in tanto a riportare queste riflessioni nei suoi «consigli di scrittura»: se vuoi sfogliarli tutti, clicca qui.

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