• Nadia Dorigatti

Eliminare il conflitto dentro di noi per trovare la serenità


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«La vita quale la viviamo è una, anche se

la facciamo a pezzi applicandovi senza

scrupoli il bisturi dell'intelletto»

Daisetsu Teitarō Suzuki

Quanti problemi ci crea la nostra mente, che ci induce a leggere la realtà come un insieme di polarità tra loro contrapposte. Ogni giorno ci dibattiamo dentro a sterili realtà binarie, che ci impongono continue quanto inadeguate prese di posizione. Eppure non è sempre stato così: al principio della nostra esistenza vivevamo in una condizione di serenità simbiotica con il nostro mondo rappresentato dal grembo materno. Per nove lunghi mesi, ci ha avvolti proteggendoci e cullandoci, amorevolmente; un mondo caldo, morbido, nel quale luci e suoni ci raggiungevano attutiti, senza ferire i nostri delicati sensi. Questo microcosmo al quale sentivamo di appartenere totalmente, d'improvviso ci ha espulsi con violenza, gettandoci in un nuovo mondo freddo e doloroso nel quale ci percepiamo come orfani. Possiamo ben dire che la nascita rappresenta la prima esperienza traumatica della nostra vita.

Da quel momento inizia per noi un complicato e, il più delle volte, sofferto percorso di adattamento ad un mondo che sentiamo sempre più altro da noi. Certo, il divenire individui necessita di un lungo lavoro di separazione, una sorta di mappatura che distingua tra il proprio sé e il mondo; ma così facendo, da uno stato di totale armonia e privo di contraddizioni, sprofondiamo in una realtà dominata da principi opposti, nella quale lo scontro tra mente e corpo sembra non trovare soluzione.

Ma dev'essere proprio così? Me lo sono chiesto infinite volte e per molto tempo ho cercato la risposta nel mondo esterno, finché ho pensato che forse potevo capire di più se ascoltavo e osservavo me stessa. Così mi sono accorta che anche in me vive una doppia natura formata dal corpo fisico e dalla mia anima o, se preferite: mondo interiore. Il corpo me lo sono trovato addosso alla nascita, già bello e determinato, e così pure il mio habitat, che, non potendo in alcun modo plasmare con la mia volontà, ho dovuto accettare di buon grado. All'interno di questo mio corpo però, vive un mondo in pieno fermento, una realtà formata dai miei pensieri, emozioni e rappresentazioni in continuo divenire. Nella mia interiorità io mi sento liberamente me stessa, anche quando non so chi sono. Con il mio corpo fisico occupo una dimensione spaziale e statica, ma con la mia anima mi inserisco nel flusso temporale dell'esistenza: posso essere ovunque e chiunque, rivivere infinite volte il passato che desidero e sognare un futuro su misura.

In una concezione dualistica dell'esistenza ogni cosa acquisisce un carattere rigido e statico, assolutamente insostenibile per un sano pensare, che per sua stessa natura è mobile e flessibile. Dunque, come far dialogare in modo armonico corpo fisico e anima? Possiamo davvero definire queste due parti come delle unità, visto che il nostro corpo a sua volta è, più o meno, composto da cento mila miliardi di cellule e la nostra anima è anche più complessa? Come seppe bene dire Pirandello nel suo ultimo, celebre romanzo Uno nessuno centomila: «Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso». Nonostante ciò, ognuno di noi ha una precisa percezione del proprio sé, così come ogni cellula del nostro corpo collabora attivamente con ogni altra cellula per il bene dell'organismo intero. Allo stesso modo, ogni individualità attraverso l'esplicazione dei propri talenti concorre al rafforzamento della propria comunità che a sua volta rafforzerà il singolo.

Continuando nelle mie riflessioni scopro che c'è un rapporto di continuità tra forma e contenuto così come c'è rapporto di continuità tra l'essere umano e l'intero universo; e che in fondo il nostro percepirci come isole solitarie è solo formale e non sostanziale: essenza interiore e aspetto esteriore sono solo manifestazioni diverse di una stessa sostanza. Infatti ogni nostra azione si riflette sull'ambiente esterno e l'ambiente agisce su di noi trasformandoci l'un l'altro. Il muoverci, dentro e fuori di noi, ci porta ad operare continue scelte e ognuna di esse crea una realtà diversa: scelta dopo scelta, andiamo a plasmare il nostro essere unico e irripetibile. A questo punto mi sembra di aver trovato il terzo principio in grado di risolvere il contrasto tra forma e contenuto: il movimento, qui inteso come incessante ricerca di equilibrio fra gli estremi. La dualità si dissolve nella trinità, principio di ciò che è dinamico: luce e ombra, buono e cattivo, odio e amore, sono tutte polarità che si attraggono a vicenda, in perenne movimento che dovrà mantenersi sempre precario e mai fisso.

Da tutto ciò nasce per noi la possibilità di scegliere. Per poter guidare sapientemente la nostra volontà dobbiamo imparare a riflettere, a trovare le giuste domande e acquisire sempre più conoscenza di noi stessi e del mondo. Rafforzando il nostro pensiero arriviamo a comprendere – nel senso di portare dentro – ogni polarità. Ci accorgiamo che noi, come tutto ciò che ci circonda, non siamo isole separate ma parti complementari dialoganti tra loro, avvolte in un immenso grembo cosmico nel quale evolviamo incessantemente.

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