• Nina Ferrari

«Le disobbedienti»: donne, arte e coraggio che passa alla storia


Un particolare del ritratto «Victorine ou la tigresse» di Suzanne Valadon


Cosa contraddistingue un eroe da qualunque altro essere umano? Perché certe persone emergono dal buio della dimenticabilità facendosi per tutti esempio di coraggio, di forza o di libertà? Il nostro immaginario è infarcito di eroi, ma non sempre ricordiamo che molti di essi sono state persone vere. Certo, ci sono anche i personaggi inventati di sana pianta dei libri e dei film, ma non è forse vero che i migliori tra essi riproducono il senso di complessità esistenziale e psicologica di un essere umano in carne e ossa - e che proprio per questo li amiamo?


Le persone vere sono per antonomasia calate nella vita di tutti i giorni, nella loro esistenza di uomini e di donne; sono alle prese con il pranzo e con la cena, con le regole della società in cui vivono. E, come tutti, da quelle regole sono forgiate. Nonostante questo, inaspettatamente, quelle regole gli eroi le piegano e a volte le infrangono e, quando lo fanno in nome di un principio positivo e più alto, se hanno la fortuna d'essere raccontati e ricordati, finiscono per diventare esempi capaci d'ispirare le generazioni successive.


Gli eroi secondo me sono fatti dei loro ostacoli. È facile essere splendidi e ribelli quando tutto va bene, quando tutto è semplice - com'è facile in questi casi essere buoni o generosi - ma chi, controcorrente, affronta le avversità del suo cammino traendone comunque qualcosa di bello e straordinario, ecco, per me quello è un eroe. E io credo che degli eroi bisogna sempre raccontare la storia, anche di quelli contemporanei e un po' nascosti, perché il loro percorso, e volte anche la loro filosofia di vita, può essere d'ispirazione a chi ne viene a conoscenza. È possibile che il seme del coraggio che ci vuole per affrontare la vita alberghi in ognuno di noi, anche se a volte è un po' sopito; e talvolta per risvegliarlo basta un po' d'immaginazione: per accenderla bastano solo gli stimoli giusti.


Chi fino a qualche decennio fa nasceva donna, di ostacoli sul suo cammino personale ne incontrava un bel po'. Per molto tempo alle donne non è stato richiesto di studiare, o addirittura è stato vietato, e, qualsiasi sia stata la professione a cui veniva dato loro accesso - sempre che un accesso di questo tipo fosse persino pensabile - essa doveva essere subalterna all'unica ragione di vita che le regole della società stabilivano per loro, cioè la cura della famiglia. Che è un compito encomiabile e necessario, ma che non deve rappresentare un destino forzato per nessuno, perché i destini forzati sono come condanne. Qualunque donna abbia osato uscire da questo paradigma raccomandato per secoli - e che per altro lasciava alla sua controparte elettiva, l'uomo, campo libero per dedicarsi al progresso e fare la Storia - è stata vista come una rivoluzionaria, una strega o almeno una stramba. Nel migliore dei casi - perché il presente sembra sempre una montagna, ma si scioglie in fretta come un ghiacciolo - è stata presto dimenticata.



«Giuditta e Oloferne», di Artemisia Gentileschi (1620 circa).

Eppure, nonostante ogni pronostico, nei secoli passati sono esistite donne che hanno fatto anche più di questo, spendendosi per la conoscenza, l'arte e la politica, e raggiungendo traguardi notevoli: hanno fatto di questo mondo un luogo un po' migliore, e questo dovrebbe già essere degno di menzione. Pensando a quanti ostacoli, sociali e culturali, hanno dovuto sostenere e superare anche solo per occuparsi di ciò in cui in seguito si sarebbero distinte, a me piace considerarle anche come eroine, almeno secondo la definizione che ne ho dato sopra. Perciò, quando mi sono trovata tra le mani Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l'arte, di Elisabetta Rasy, mi sono tuffata nella sua lettura con molto entusiasmo.


Le disobbedienti racconta la biografia di sei donne straordinarie - Artemisia Gentileschi, Élisabeth Vigée Le Brun, Berthe Morisot, Suzanne Valadon, Charlotte Salomon e Frida Khalo - che, in tempi molto diversi tra loro, si sono dedicate all'arte e alla pittura, in cui si sono distinte, ma non senza affrontare ostacoli esistenziali degni di nota. La loro vita viene raccontata dalla scrittrice e giornalista Elisabetta Rasy, non estranea al genere biografico, con uno stile raffinato e comprensibile e usando le opere di queste grandi artiste come il terreno da cui partire per raccontare le loro vicende: insomma, siamo nel genere biografico, e senza dubbio parliamo di una raccolta di biografie letterarie, ma da questa lettura si esce con qualche nozione di storia dell'arte in più, che certo non fa mai male.


Perché parlare di queste sei donne in particolare, del loro modo di vivere la vita e l'arte? L'autrice risponde a questa domanda affermando che «le artiste di cui scrivo sono diverse tra loro per epoca, situazione familiare, carattere. Povere o benestanti. Istruite o quasi analfabete. Ma c'è qualcosa di essenziale che le accomuna: il talento e la voglia di non piegarsi alle regole imposte dalla società del loro tempo». Io a questo aggiungerei che ad accumunarle ci sono anche gli ostacoli, il loro modo personale di affrontarli, e dunque il fatto che ognuna di esse, al di là del loro innegabile talento, sia stata a modo suo un'eroina.


Se da un lato nel capitolo intitolato «Coraggio» abbiamo la pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, che subì uno stupro e a causa di esso dovette affrontare un doloroso e umiliante processo (e si badi a come la tematica della diffidenza e della lotta con l'uomo si sia riverberato nel suo lavoro, come ad esempio in «Giuditta e Oloferne»), in «Ribellione» si racconta di Suzanne Valadon, pittrice autodidatta e circense parigina che, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, si ribellò a ogni convenzione sociale manentendo sempre la propria autonomia. E, ancora, in «Resistenza» troviamo narrata la sconvolgente storia di Charlotte Salomon, pittrice tedesca di origini ebraiche che morì nel campo di sterminio di Auschwitz ad appena ventisei anni, nel 1943; nonostante questo, riuscì a lasciare l'opera «Vita? O teatro?», in cui, tra pittura musica e testi, raccontò la sua esistenza fino alla prigionia. Qui ho introdotto solo metà delle storie che vi sono narrate, giusto per restituire il sapore generale di questa bellissima raccolta, che senza dubbio va letta e goduta fino in fondo.


Insomma, Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l'arte è un libro capace di mostrare sei interpretazioni particolari di eroismo esistenziale, di ribellione alle convenzioni, ma anche sei modi diversi di vivere e rappresentare la pittura e di esprimere il talento. Certo è un libro colmo d'ispirazione, capace all'occorrenza anche di emozionare.

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