• Nina Ferrari

«Irene Nemirovsky, mia madre», l'autobiografia che l'autrice non riuscì a scrivere


Irène Némirovsky fu una delle migliori autrici della sua epoca. Russa ebrea, figlia di un banchiere, nata a Kiev nel 1903, fu costretta a emigrare con la sua famiglia in seguito alla Rivoluzione di Ottobre, dopo la quale visse un anno in Finlandia e uno in Svezia, per poi stabilirsi definitivamente a Parigi.

Francese d'adozione, Némirovsky reputava la Francia la propria Patria e il francese la propria lingua. Cominciò a scrivere giovanissima e a pubblicò il suo primo romanzo, Le malentendu, a ventitré anni, poco dopo aver conseguito la laurea in lettere alla Sorbona. Il suo primo grande successo, che la rese famosa in tutta la Francia, fu il romanzo David Golder, del 1929. Némirovsky stessa lo definì un "romanzetto", ma da quel momento in poi la sua produzione fu inarrestabile, fino al 1942, quando finì deportata ad Auschwitz, dove venne uccisa.

La sua prosa, contraddistinta dall'incedere elegante e da uno sguardo acuto e quasi crudele, resiste alla sua morte parlandoci ancora oggi con voce cristallina, anche attraverso il suo capolavoro postumo e incompiuto, Suite Francese, il cui manoscritto fu scoperto dalle figlie dell'autrice, sopravvissute all'Olocausto, solo negli anni '90 e pubblicato in trentotto lingue nel 2004: divenendo, a distanza di cinquant'anni dalla morte di Némirovsky, un nuovo caso editoriale.

Élisabeth Gille, la più giovane delle due figlie di Némirovsky, aveva cinque anni quando sia sua madre che suo padre vennero deportati senza più tornare. Allevata assieme alla sorella maggiore Denise da un'amica di famiglia e grazie al sostentamento economico dell'ultimo editore della grande scrittrice, dedicò la sua vita alla letteratura, come traduttrice, autrice e direttrice editoriale di diverse grandi case editrici francesi.

Sul finire della propria vita, gravemente malata, sentì l'esigenza di dare voce alla propria madre, di dare risalto alla sua storia sia come intellettuale che come donna. E lo fece nell'unico modo in cui poteva renderle onore, cioè scrivendo la sua biografia. Venne così alla luce Mirador. Irène Némirovsky, mia madre, un meraviglioso libro che, mentre racconta la storia di un'autrice di talento inaudito, contemporaneamente spiega l'(im)possibilità di un rapporto di una madre e di una figlia. In Italia è stato pubblicato da Fazi nel 2011.

A rendere peculiare quest'opera non è solo l'avvincente intreccio che caratterizza la vita di Némirovsky, ma il suo impianto struggente: la figlia infatti decide di raccontare la madre in prima persona, scrivendo cioè la sua autobiografia, e di inframezzare i sostanziosi capitoli che riguardano la vita dell'autrice con più brevi capitoli che invece raccontano sé stessa, cioè la piccola Élisabeth, in un continuo riflesso tra epoche: le due donne, separate nella realtà nel modo più atroce e definitivo, tornano a legarsi nel corso della vita almeno nell'immaginazione e riescono a sfiorarsi, a confrontarsi, a specchiarsi l'una nell'altra, in luogo che le riguarda entrambe da così vicino, cioè tra le pagine di un libro.

Non sappiamo se Mirador sia nato da quell'impeto che Némirovsky descrive così bene nel suo Suite Francese: «Non si perdona la propria infanzia. Un'infanzia infelice è come un'anima senza sepoltura: geme in eterno». Sappiamo però che questa autobiografia fittizia, ricostruita da una figlia per dare nuovamente voce alla propria madre scomparsa, è un immaginario duetto d'amore, in cui Gille, pur regalando un ritratto splendido e brillante della madre-scrittrice, non fa sconti alla sua ingenuità (credere di essere un bene prezioso per la Francia, che perciò la salverà dal Nazismo, lasciandosi così arrestare e abbandonando, suo malgrado, due figlie), né ai suoi spigoli o ad altri difetti. Mirador è senza dubbio un'opera di grandissimo coraggio, letterario e introspettivo, che segna la coscienza di chi lo legge lasciandovi impressa la voce intramontabile di due grandi autrici.


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