• Nina Ferrari

Quando la guerra marchia il corpo e la vita: David Jay e il caso di Tomas Young


Tomas Young, ritratto da David Jay nel 2013, nella sua casa di Kansas City.

Se il 4 aprile del 2004 Tomas Young non fosse stato gravemente ferito alla spina dorsale, probabilmente oggi non conosceremmo il suo nome. Il giovane statunitense, nato nel 1979, era rimasto profondamente turbato dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 e, di fronte agli appelli dell'allora presidente degli Stati Uniti, George Bush, e del suo vice Dick Cheney, che invitavano il loro popolo a schierarsi contro il terrorismo, decise di arruolarsi nell'esercito americano pensando di andare a combattere in Afaghanistan, dove si trovavano i quartieri generali di Al Qaida. Non solo voleva difendere il suo Paese, ma al suo ritorno dal fronte sperava di poter accedere alle agevolazioni che, in quanto veterano, gli avrebbero permesso di frequentare l'università. Dopo l'addestramento, nel 2004 Young fu spedito inaspettatamente in Iraq a combattere la guerra che era da poco iniziata. Appena cinque giorni dopo il suo arrivo in Iraq finì per essere trafitto da un proiettile che, colpendolo alla colonna vertebrale, gli paralizzò metà del corpo. Tornò a casa. Dovette affrontare la sua nuova vita da invalido. E, nel frattempo, trovò una sua nuova dimensione come portavoce di coloro che, sempre di più, si schieravano contro quella guerra, le cui ragioni rimangono ancora oggi quantomeno controverse.

La lotta politica di Tomas Young andava di pari passo con la lotta che ogni giorno doveva affrontare col suo corpo: non a caso, il pluripremiato documentario girato sulla sua storia da Ellen Spiro and Phil Donahue si intitola Body of War (che in italiano potremmo tradurre letteralmente come Corpo della guerra, anche se suona un po' maluccio). Mentre racconta la storia personale e civile di Young, il documentario ripercorre anche il tragitto che portò alla dichiarazione della seconda guerra del Golfo nel 2003 e alle successive discussioni del Congresso americano circa l'opportunità di continuare quella che fu definita una «guerra preventiva» e il cui fine era «l'esportazione della democrazia». Body of War fu presentato nel 2007 al festival del cinema di Toronto, dove fu accolto molto bene, e in seguito vinse il premio "miglior documentario" al prestigioso National Board of Review of Motion Pictures. Se volete farvi un'idea del documentario, la cui colonna sonora è stata scritta da Eddie Vedder dei Pearl Jam, qui sotto trovate il trailer; se invece volete guardarlo tutto, sappiate che Netflix l'ha tolto dal proprio catalogo nel 2015; il che significa che potete solo acquistarlo su Amazon (o sul sito che gli è dedicato, ovviamente), dove comunque lo vendono usato ad appena qualche euro (più spese di spedizione). Ecco il trailer:

Tomas Young non smise mai di parlare e di schierarsi contro la seconda guerra in Iraq e, in particolare, contro George Bush e Dick Cheney, le cui false dichiarazioni avevano condotto a un conflitto che lui riteneva sbagliato e che perciò lui considerava a tutti gli effetti come «criminali di guerra». Afflitto dal dolore fisico e dal tormento morale, pensò più volte di togliersi la vita, senza mai però portare a termine il gesto definitivo. Nel 2013, ovvero nel decimo anniversario della dichiarazione di guerra all'Iraq, rilasciò diverse interviste e scrisse anche una lettera aperta all'ex-presidente e al suo vice, che condannò senza mezzi termini a nome suo, di tutti i veterani e delle vittime di quel conflitto.

In quello stesso periodo si incontrò più volte con il giornalista Mark Wilkerson, a cui raccontò nel dettaglio e con grande apertura la sua storia, il suo idealismo, la guerra e l'opposizione alla guerra, ma anche la ridefinizione della sua vita a causa dell'invalidità una volta tornato a casa, compresa l'impossibilità di amare fisicamente sua moglie o di compiere quelle che un tempo gli parevano le più semplici attività quotidiane. Quando Tomas Young morì nel sonno, nel novembre del 2014, Mark Wilkerson decise di scrivere la biografia dell'ex soldato e attivista, intervistò la sua famiglia, sua moglie, gli amici: e nel 2016 pubblicò Tomas Young's War, che, per chi fosse interessato a leggerlo, purtroppo non è mai stato tradotto in italiano ed è disponibile solo in lingua inglese. Si tratta di un memoir vibrante, che rende certamente giustizia alla complessa identità del suo protagonista.

In concomitanza col decennale della guerra in Iraq, Tomas Young aveva anche deciso di partecipare al progetto fotografico The Unknown Soldier di David Jay, che voleva raccontare la violenza della guerra attraverso le ferite marchiate sul corpo dei veterani: attraverso cioè la memoria del fisico, che non può fare a meno di ricordare - e ricordarci - quali sono le conseguenze umane di un conflitto armato; e che perciò, per quanto le immagini siano disturbanti, ci costringono a riflettere sul senso della guerra, di tutte le guerre. Che è stato esattamente il senso profondo dell'attivismo di Young.

Ecco dunque nella galleria alcune delle foto tratte dal progetto The Unknown Soldier, che per altro è stato selezionato tra i finalisti nella categoria "ritratti" ai prestigiosi Magnum Photography Awards del 2016:

David Jay, che si è formato come fotografo di moda, col suo progetto The Unknown Soldier ha voluto raccontare la vita di coloro che sono tornati dalla guerra e che di solito sono sconosciuti al pubblico, perché per varie ragioni spesso vivono isolati, nascosti e certo mai esibiti. «Il pubblico è abituato a vedere ex soldati in televisione, magari mentre competono alle paralimpiadi. I casi che conosciamo sono certo autentici, ma restituiscono una visione distorta della vita della maggior parte dei veterani, che invece spesso faticano anche solo a tirare avanti», ha spiegato il fotografo intervistato da Lens Culture. «In fondo, The Unknown Soldier non riguarda la guerra. Ci dà l'opportunità di dialogare su temi scomodi... e anche su temi di cui siamo responsabili. Queste immagini possono risultare sgradevoli a chi le guarda. Ci impongono di confrontarci con le nostre paure e con le nostre inibizioni riguardo alla vita, alla morte, alla sessualità, alla malattia e alle relazioni umane. La realtà non è sempre bella. Questa è la realtà. Dobbiamo occuparcene».

Perché, là dove le parole non riescono ad arrivare, forse alcune immagini possono cogliere la nostra attenzione e chiederci almeno di fermarci, di prestare attenzione, di pensare: al valore della vita umana per esempio, o alla fragilità del tempio che è il nostro corpo, a ciò che diamo per scontato e di cui a volte parliamo con leggerezza. Perché vedere ritratte e raccontate le conseguenze di quella che ci sembra solo una parola può aiutarci a vederla come una realtà di cui prendere atto.

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