• Nina Ferrari

Un fotografo di guerra leggendario: la biografia di Robert Capa




Quella di Robert Capa (1913-1954) è una figura leggendaria, capace di evocare come nessun altro il mito del reporter d’assalto, sempre pronto a mettere a repentaglio la propria incolumità per inquadrare l'attimo perfetto e raccontare il mondo, o più precisamente la guerra, a chi grazie a lui poteva capirla solo vedendola rappresentata sui giornali. Pur essendo passato alla storia come «il più grande fotografo di guerra del mondo», così com’è stato etichettato dal leggendario magazine fotogiornalistico britannico Picture Post, egli non amava tale definizione, tanto da affermare spesso:«Sarei felice di essere un reporter di guerra disoccupato». Il suo desiderio era piuttosto quello di raccontare con i suoi scatti il dolore degli uomini, che, del resto, nel corso della sua vita spesso si trovò a testimoniare.


La storia di Endre Ernõ Friedmann iniziò in Ungheria, a Budapest, il 22 ottobre del 1913. Non ancora ventenne, venne accusato di agitazione politica ai danni del governo autoritario dell’ammiraglio Miklós Horthy, il reggente anticomunista che s'insediò in Ungheria nel 1920, dopo la caduta dell'Impero Austro-Ungarico. Endre, di origini ebraiche e simpatizzante comunista, ancora giovanissimo fu costretto a lasciare il suo Paese. Nel 1931, a diciotto anni, giunse a Berlino, dove iniziò a dedicarsi a tempo pieno alla fotografia, trovando lavoro nell’agenzia fotografica Dephot. Si distinse presto per la realizzazione di un reportage dal sapore espressionista che immortalava il rivoluzionario sovietico Trotskij mentre parlava agli studenti universitari di Copenhagen. L’ascesa di Hitler nel 1933 lo portò però di lì a poco a trasferirsi a Parigi, dove strinse amicizia con altri esiliati. Fu in questo periodo che mutò il suo nome, francesizzandolo, in André.


Tra i rifugiati politici a Parigi conobbe la giovane fotografa tedesca Gerda Pohorylles, fervente antinazista che sarebbe passata alla storia come Gerda Taro (già raccontata di recente da Helena Janeczek nel suo fortunato La ragazza con la Leika), con cui strinse un profondo sodalizio amoroso e professionale. Fu proprio lei a ribattezzarlo col nome con cui sarebbe diventato famoso: anzi, all'inizio Gerda e André si presentarono alle redazioni dei giornali parigini come gli assistenti del famoso fotografo americano Robert Capa, che non esisteva ma di cui raccontavano che, essendo sempre impegnato all'estero, non aveva tempo per cercare nuovi ingaggi, di cui invece si occupavano loro. Robert Capa, personaggio d'invenzione, fece la loro fortuna. Prima di lui, i due giovani erano solo due talentuosi fotografi che nessuno conosceva, ma dietro al suo nome - che per qualche ragione convinse le redazioni francesi - iniziarono a lavorare per le più prestigiose riviste. In quel periodo venivano firmate col nome di Robert Capa sia le fotografie di André che quelle di Gerda, ma non passò molto tempo prima che André diventasse Robert Capa. Nel 1936 Gerda Taro introdusse infatti André a Maria Eisner, la milanese fondatrice dell’Alliance Photos, e lo presentò come «Robert Capa, famoso fotografo internazionale».


Il 1936 fu anche l'anno in cui in Spagna scoppiò la guerra civile, in cui si scontrarono i militari, autori di un colpo di stato, e i repubblicani fedeli al governo legittimo. Robert Capa e Gerda Taro vennero ingaggiati per documentare il conflitto e, approdati in Spagna, decisero di raccontarlo dal punto di vista dei repubblicani e dei civili coinvolti nello scontro. Nel 1937, mentre viaggiava su un camion che ebbe un innocuo incidente, Gerda Taro cadde dal predellino sul quale era seduta, venne investita da un carrarmato e morì. Robert Capa nel profondo non si riprese mai dalla perdita della sua compagna d'avventure e di vita. Nonostante questo, continuò a fotografare. Nel 1936, in Andalusia, aveva scattato la foto che l'avrebbe reso celebre in tutto il mondo e che avrebbe dato avvio a una carriera incomparabile: quella del miliziano spagnolo ritratto nel momento esatto in cui viene trafitto da un proiettile fascista e muore.





Di questa foto lo stesso Capa raccontò la genesi molti anni dopo, in un'intervista alla radio nel 1947 (se lo volete, cliccando sul link potrete ascoltare direttamente la sua voce):

Ho scattato la foto in Andalusia mentre ero in trincea con 20 soldati repubblicani, avevano in mano dei vecchi fucili e morivano ogni minuto. Ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa e senza guardare ho fotografato un soldato mentre si spostava sopra la trincea, questo è tutto. Non ho sviluppato subito le foto le ho spedite assieme a tante altre. Sono stato in Spagna per tre mesi e al mio ritorno ero un fotografo famoso, perché la macchina fotografica che avevo sopra la mia testa aveva catturato un uomo nel momento in cui gli sparavano. Si diceva che fosse la miglior foto che avessi mai scattato, ed io non l'avevo nemmeno inquadrata nel mirino perché avevo la macchina fotografica sopra la testa.

La foto del miliziano, la cui autenticità molti anni dopo sarebbe stata messa in discussione, venne pubblicata sulle maggiori riviste fotografiche del mondo, inclusa la prestigiosa rivista statunitense Life. Nel 2013 la diatriba sull'autenticità di questo scatto - di cui non è mai stata messa in discussione la valenza storica, ma solo la paternità - è giunta a una conclusione definitiva: la foto fu senza dubbio scattata da Robert Capa nel modo in cui l'aveva descritto.


Nel 1939, allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale, Capa emigrò negli Stati Uniti per scampare alle persecuzioni razziali che ormai imperversavano in tutta Europa. A New York si unì al gruppo di Life, per cui divenne corrispondente di guerra. Dopo aver seguito le truppe americane in Nord-Africa, nel 1943 partecipò in veste di testimone allo sbarco in Sicilia delle truppe anglo-americane (da Tunisi salì su un piccolo aereo che sorvolò l'isola italiana e da esso si lanciò col paracadute, atterrando su un albero su cui rimase incastrato per una notte intera prima di essere tratto in salvo da «un anziano contadino siciliano in lunga camicia da notte»). Del suo lavoro in Sicilia Capa stesso disse in seguito:

Era la prima volta che seguivo un attacco dall'inizio alla fine, ma fu anche l'occasione per scattare ottime foto. Erano immagini molto semplici. Mostravano quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra. Il piccolo, bel paese di montagna, era completamente in rovina. I tedeschi che lo avevano difeso si erano ritirati durante la notte abbandonando alle loro spalle molti civili italiani, feriti o morti. Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto.

In seguito, nel 1944, sempre per Life partecipò al drammatico sbarco in Normandia delle truppe americane: il 6 giugno fu uno dei primi a sbarcare sulla costa e del D-Day riuscì a immortalare tutti i momenti più salienti: purtroppo gran parte del servizio scattato andò perduto, perché rovinato dal laboratorio dell’esercito nella fase dello sviluppo dei rullini. Di quel giorno, e a testimoniare la sua partecipazione all'evento, rimasero appena undici fotogrammi danneggiati, che per la loro forza drammatica sono riusciti tuttavia a rimanere impressi nella memoria collettiva del XX secolo. Senza dubbio infatti avrete già visto questa foto del D-Day:



Della Seconda Guerra Mondiale Robert Capa non lasciò solo testimonianza attraverso le sue foto straordinarie, ma anche con un diario che pubblicò nel 1947: in italia è stato tradotto da Piero Berengo Gardin ed è stato pubblicato da Contrasto col titolo Leggermente fuori fuoco. Si tratta di un libro illustrato che ha visto una nuova edizione nel 2019 e il cui titolo si rifà con ironia alle foto danneggiate dello sbarco in Normandia. Con stile accattivante, il testo racconta in prima persona le peripezie di viaggio del fotografo, così come i colpi di scena, le storie d'amore, gli incontri indimentabili (ad esempio quello con l'amico fraterno Ernest Hemigway, di cui il blog de Il Tuo Biografo vi ha già parlato qui) e le esperienze più drammatiche di quel periodo.


Terminata la Seconda Guerra Mondiale, e tornato negli Stati Uniti, assieme a un gruppo di amici fotografi - come Henri Cartier-Bresson e George Rodger - Robert Capa fondò nel 1947 la prima agenzia fotografica i cui proprietari erano i fotografi stessi: la Magnum Photos. Se ricordate, ve ne ho già parlato in questo articolo. Nel giro di pochissimo tempo Magnum divenne una delle agenzie fotografiche più prestigiose del mondo. Nel frattempo, Capa non si lesinò la frequentazione con donne bellissime, tra cui anche Ingrid Bergman, con cui ebbe una relazione nel periodo in cui l'attrice svedese girava negli Stati Uniti il capolavoro hitchcockiano Notorious - l'amante perduta.


Nel 1948 Capa fu a Tel-Aviv per documentare la nascita dello Stato di Israele e in seguito lo scoppio della prima guerra arabo-israeliana. Sempre nello stesso anno, quando oramai la Guerra Fredda era diventata una realtà, viaggiò in Russia al fianco dell'amico John Steinbeck, per raccontarne la cultura al di là dell'ideologia, così come la vita quotidiana delle persone comuni. Del volume che nacque da questo viaggio, intititolato Diario Russo, e della sua stringente attualità vi ho già parlato qui.


Nel 1953 fu in Giappone per sei settimane per avviare una nuova rivista fotografica. In questo periodo incontrò il vecchio amico John Morris, storico editor di Life Magazine, che gli propose un servizio in Indocina per raccontarne il conflitto che vi imperversava da ormai sette lunghi anni. Fu l'ultimo e fatale impiego di Robert Capa, che, nel 1954, ad appena quarantuno anni, dopo aver testimoniato battaglie cruente e aver partecipato a conflitti sanguinosi, il 25 maggio sulla via di Hanoi si fermò per immortalare un convoglio di carrarmati in lontananza e, spostando il piede per trovare maggiore equilibrio, per sbaglio calpestò una mina, e morì.


Gli sopravvivono i suoi scatti senza tempo, che pure seppero raccontare così bene i tempi difficili che immortalarono, e, in fondo, la sua stessa eroica figura, quella di un leggendario fotografo di guerra: un uomo coraggioso, desideroso di documentare gli orrori e le malefatte dell'uomo; ma, allo stesso tempo, anche un uomo ironico e vitale, amante di tutte le piccole e grandi cose che rendono la vita degna di essere vissuta.


Se dopo aver letto questo profilo biografico vi sentiste vogliosi di approfondire la figura e il lavoro di quest'uomo straordinario, mi sento di consigliarvi tre libri in particolare: innanzitutto il volume Robert Capa, edito da Contrasto, che propone una serie di scatti e una raccolta di scritti autobiografici di Capa stesso. Per chi preferisse invece approfondire la vita con un testo meno frammentario, Alberta Grugnoli è autrice per Giunti di Robert Capa, che, come in dossier, racconta la vita del fotografo, mostra i suoi scatti fondamentali e fornisce un'ampia bibliografia di approfondimento. Infine, anche con un occhio ai più giovani, mi va di suggeririvi Robert Capa. La verità è lo scatto migliore, una biografia a fumetti scritta da Florent Silloray. Buona lettura!



***


Qui sul blog de Il Tuo Biografo di fotografia parliamo spesso: se vuoi sfogliare tutti gli articoli scritti al riguardo, clicca qui.


L'articolo che hai appena letto fa parte di una serie che Il Tuo Biografo sta dedicando alla storia della fotografia e del fotogiornalismo. Qui, per esempio, ho raccontato come nell'Ottocento nacque lo strumento portentoso della fotografia, mentre invece qui ho spiegato in che modo questa scoperta tecnologica sia diventata - prima negli USA e poi nel resto del mondo - un mezzo d'informazione per eccellenza. Trovi invece una retrospettiva sul fotogiornalismo italiano in questo articolo. Più di ogni altro evento la tragicità della guerra ha trovato la sua massima rappresentazione nella fotografia, forse perché le parole a volte non bastano a spiegare pienamente l'orrore, e di questo ho parlato in questo articolo. La guerra può anche lasciare segni profondi sul corpo e sull'anima di chi l'ha conosciuta da vicino: lo spiega bene il progetto fotografico di David Jay, di cui ho parlato qui.


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