• Nina Ferrari

Scienza e sapere umanistico: due culture che possono dialogare?



Era il maggio del 1959 quando, in un auditorium dell'Università di Cambridge, il chimico e letterato Charles Percy Snow (1905-1980) tenne la sua lectio magistralis intitolata «Le due culture e la rivoluzione scientifica». Pochi mesi dopo, il suo intervento si tramutò in un libro che per decenni avrebbe alimentato un acceso dibattito incentrato sulla distanza, se non addirittura sulla frattura, che nella civiltà occidentale si era creata tra discipline scientifiche e sapere umanistico.


Il fatto era che, fino a una non troppo lontana antichità, lo scienziato e l'umanista erano stati spesso incarnati dalla medesima figura, intenta a descrivere e studiare sia i fenomeni naturali che a discuterne il significato etico e metafisico. Ma, a partire dal XVII secolo, con l'avvento della rivoluzione scientifica, i cui promotori - da Copernico, a Newton, a Galileo - per la prima volta si prefissero l'obbiettivo di inquisire la natura attraverso esperimenti misurabili, verificabili e riproducibili, le figure del filosofo naturale e del filosofo dello spirito finirono per allontanarsi sempre più, in un tragitto che, secondo Snow, pochi secoli dopo non solo li aveva portati a non comunicare più, ma anche a non comprendersi, se non addirittura a disprezzarsi reciprocamente. Secondo lo scienziato, nella società occidentale del suo tempo la vita intellettuale era andata sempre più spaccandosi «in due gruppi contrapposti», dove a un polo stavano gli scienziati e all'altro i letterati, o i non-scienziati. Oggi più che mai, sebbene i tempi dagli anni Cinquanta siano certo cambiati, le sue osservazioni continuano a evocare orizzonti attuali, che vale la pena di ripercorrere.



«Le due culture»

Secondo Snow, che formalizzò i suoi pensieri nel pamphlet Le due culture (che oggi, ahimè, è dato esaurito, almeno nella sua edizione italiana pubblicata da Marsilio Editori), a dividere questi due fronti non era più solo il campo d'interesse e studio, ma anche l'attitudine al sapere, cioè qualcosa che, oltre al metodo, riguardava anche lo spirito con cui lo si applicava alla conoscenza. Snow spiegava infatti che una rottura sostanziale tra questi due poli riguardava il rapporto con l'ottimismo:

I non scienziati hanno una radicata impressione che gli scienziati siano animati da un ottimismo superficiale e non abbiano coscienza della condizione dell'uomo. Dall'altra parte, gli scienziati credono che i letterati siano totalmente privi di preveggenza e nutrano un particolare disinteresse per gli uomini e i loro fratelli.

Come si era creata questa frattura?


Tutto nasceva forse dal diverso punto di vista con cui le due culture osservavano la condizione umana, che veniva vista come un'esperienza singolare ed esistenziale dai letterati e affrontata come un argomento collettivo e sociale dagli scienziati. Mentre questi ultimi nutrivano la speranza di poter migliorare, e perciò cambiare, passo dopo passo, alcuni aspetti della vita umana (grazie alla ricerca medica, fisica o biologica e alla scoperta di nuove tecnologie), gli umanisti nutrivano il dibattito a partire da una costatazione di fondo, che non cambierà mai: e cioè che, indipendentemente da qualsiasi progresso, la condizione umana è una, e profondamente tragica, e in quanto tale deve essere accettata. Snow spiega bene questo apparente cortocircuito tra scienza e sapere umanistico quando dice che

Ciascuno di noi è solo; ciascuno di noi muore solo: bene, è un destino contro il quale non possiamo lottare - ma nella nostra condizione ci sono molte cose che non dipendono dal destino, e se non lottassimo contro di esse saremmo men che uomini.

Come dargli torto?


Un ritratto del chimico e letterato inglese sir Charles Percy Snow

Contemporaneamente, al sapere umanistico si era sempre affiancata, spesso nutrendolo, anche la conoscenza tradizionale, fatta di narrazioni fantastiche e leggendarie che, pur nel loro fascino, non sempre trovavano riscontro nella verifica della scienza. In questo si radicava la presa di posizione spesso a-scientifica dell'umanismo, volto a preservare e difendere narrazioni intime e popolari certo preziose dal punto di vista identitario, ma restie all'istanza del progresso - e dunque all'intimo ottimismo sotteso in ogni processo di cambiamento. Proprio per questo, anche senza che questo fosse il loro vero fine ultimo, gli umanisti finivano per sostenere una visione reazionaria del mondo, perché è breve il passo che conduce la difesa della propria tradizione al rifiuto del nuovo.


Ad amplificare le differenze, invece che ad assottigliarle, si sono formate dunque due diverse nozioni di verità, entrambe corrette nel proprio sistema. L'incomunicabilità tra esse è stata incoraggiata da curricula scolastici che, praticamente in tutti i Paesi dell'Occidente, e salvo la buona volontà di alcuni singoli individui, hanno tenuto ben distanti i futuri umanisti dagli scienziati: finendo per creare scienziati altamente specializzati nel proprio settore, ma poco avvezzi a una riflessione umanistica, se non addirittura etica o valoriale; e umanisti non solo poco edotti di scienza, ma spesso addirittura refrattari ad approfondirne il linguaggio, il metodo o le potenzialità.


Portando a oggi le riflessioni di Snow, non posso che notare come chi non sia scienziato abbia finito per vivere in maniera quasi naturale il passaggio da scienza a magia e da magia a stregoneria, perché, privato di un codice per decifrare un linguaggio astruso e straniero, non può che diffidare di tutto in egual modo, e allo stesso tempo credere a tutto in egual modo. Parallelamente, senza alle spalle una solida base umanistica, la scienza ha spesso mancato di saper comunicare se stessa alla società, ovvero di darsi un significato al di fuori del proprio circolo, e di privarsi di uno sguardo generale che la indirizzasse non tanto a valutare le proprie possibilità, ma il proprio senso e l'orizzonte a cui puntare.


Tornando a Snow, a suo parere questa frattura tra scienziati e non-scienziati si è, se possibile, aggravata a causa di una mancata opportunità: un'ulteriore possibilità di dialogo tra le «due culture» si è infatti spenta sul nascere a causa del megafono che è la politica, che nella maggior parte dei Paesi avanzati è guidata da una classe dirigente composta da umanisti - a esser gentili - che, per inerzia o superficialità, cova un pregiudizio antiscientifico simile a quello del popolo non-scienziato a cui per lo più si rivolge. Certo, la realtà è molto meno polarizzata di quanto possa essere rappresentata dalle categorie delle «due culture», ma è entro questa dicotomia che l'intera società occidentale si muove - e del resto, entro dicotomie si è sempre mossa: a partire dalle opposizioni che l'hanno costituita, come anima e corpo, soggetto e oggetto e così via. Lo afferma anche Snow stesso, in questo passaggio attualissimo nonostante sia stato scritto più di mezzo secolo fa:

È ovvio che tra i due poli, andando nella società intellettuale dai fisici ai letterati, ci si imbatte in tutti i registri del sentimento. Ma credo che il polo che dimostra una totale incomprensione della scienza diffonde la sua influenza su tutto il resto. Questa totale incomprensione dà, molto più profondamente di quanto ce ne possiamo rendere conto noi, che ci viviamo dentro, un sapore a-scientifico all'intera cultura "tradizionale", e questo sapore a-scientifico è spesso, molto più di quanto noi ammettiamo, sul punto di mutarsi in anti-scientifico.

Dopo «Le due culture»: un dialogo possibile?

Nel dibattito cresciuto attorno alla pubblicazione, nel 1959, di Le due culture, e in seguito nel 1963 di The two cultures and a second look, in cui Charles Percy Snow rispondeva a ulteriori questioni sollevate dal suo primo intervento, furono in molti a dire la propria, sia tra gli scienziati che tra gli umanisti. È evidente che in un luogo come questo non posso parlarvi di tutti, sia tra i sostenitori che tra i detrattori di Snow, da una parte e dall'altra, ma ci sono alcuni interventi che trovo particolarmente preziosi e perciò - so che me ne sarete grati - vi parlerò solo di questi. Ciò a cui sono particolarmente interessata sono i contributi all'integrazione tra le due culture, ovvero a chi ha dato spazio alla possibilità di un dialogo costruttivo tra scienza e sapere umanistico, nel rispetto dell'intima natura di queste due forme di conoscenza.



Erwin Schrödinger: il punto di vista di uno scienziato

Un antecedente significativo al libro di Snow è senza dubbio rappresentato dall'opera del fisico Premio Nobel Erwin Schrödinger (1887-1961), che diede un contributo fondamentale alla meccanica quantistica con la sua nota equazione. Quello che forse non tutti sanno è che Schrödinger era anche molto interessato alle arti classiche ed era un ottimo grecista: insomma, oltre a essere uno scienziato straordinario, era anche un grande umanista. Nel 1950, dopo aver tenuto un ciclo di conferenze dal titolo «Che cos'è la vita?», e delle lezioni incentrate su «La natura e i greci», organizzò una serie di incontri in cui parlò de «La scienza come costituente dell'umanesimo». Da questi ultimi incontri derivò, nel 1953, il volume Scienza e umanesimo, pubblicato dalla Cambridge University Press.


Un ritratto del fisico austriaco Erwin Schrödinger, Premio Nobel per la fisica nel 1933 assieme a Paul Dirac.

Secondo il fisico, scienza e filosofia non erano disgiunte, tanto che infatti, parlando del valore delle scienze naturali, scrisse:

Il loro obiettivo, scopo e valore è il medesimo di ogni branca del sapere umano. Anzi, nessuna di queste branche, da sola, ha uno scopo o un valore, ma solo l'unione di tutti i rami del sapere ha un significato o un valore, e questo può essere definito abbastanza semplicemente: è di obbedire al comandamento dell'Oracolo di Delfi, γνῶθι σεαυτόν, cioè conosci te stesso.

Secondo l'autore, troppo spesso capitava che alla scienza venisse attribuito un valore materialistico, ravvisato nei vantaggi pratici delle nuove tecnologie frutto di ricerca scientifica, e questo era un errore concettuale. La scienza aveva infatti un valore innanzitutto culturale, al pari della storia, della filosofia e della letteratura. E, in quanto persona di cultura, ogni scienziato, per quanto specializzato, aveva l'obbligo di continuare ad aggiornarsi su altri rami della conoscenza, in modo da conoscere meglio sia se stesso che il proprio posto nel mondo. Questo valeva viceversa anche per i letterati. Secondo la visione di Schrödinger, insomma, quello delle «due culture» era un falso problema, perché la Cultura è una sola, e scienziati e umanisti sono chiamati a conoscere tutti i linguaggi della cultura, pena il rischio di avere una visione parziale sia del mondo che di loro stessi.



Italo Calvino: il punto di vista di un letterato

Se quello di Schrödinger è - almeno a mio parere - un modo magnifico di intendere la complementarietà tra scienza e sapere umanistico da parte di uno scienziato, un contributo prezioso a questo discorso, ma sul fronte della letteratura, l'ha dato il nostro Italo Calvino (1923-1985), che si dedicò a questo argomento a lui molto caro in almeno due occasioni: in Due interviste su scienza e letteratura e nelle sue Lezioni Americane. In quest'ultimo libro, nella lezione dedicata alla molteplicità, Calvino discusse del destino della letteratura nella società contemporanea e della sua funzione in un mondo sempre più dominato dalla verità della scienza e della tecnologia. Secondo l'autore, con esse la cultura umanistica aveva l'obbligo di mettersi in dialogo per non isolarsi, ma senza mai snaturare la propria vocazione a rappresentare la realtà cogliendone il senso generale. Descrive così l'ardua missione del sapere umanistico:

Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo.

Calvino si inseriva nel dibattito tra le due culture quando erano ormai già gli anni Ottanta, in un mondo decisamente cambiato dai tempi di Charles Percy Snow. Nel corso di qualche decennio si era affermata un'inversione di tendenza rispetto alla prima metà del Novecento, quando il dominio della cultura umanistica nel discorso culturale relegava la scienza a una nicchia praticata in laboratorio. Nella seconda metà del Novecento l'egemonia del pensiero umanistico era stata sostituita dalla supremazia della scienza, che nel frattempo aveva preso coscienza della sua «funzione pubblica», come spiega bene Pierpaolo Antonello nel suo saggio del 2012 Contro il materialismo. Le "due culture" in Italia: bilancio di un secolo.


Eppure, nonostante la scienza si fosse fatta portavoce di un discorso dominante, non sempre si era assunta la responsabilità di comunicare efficacemente se stessa e i propri traguardi e, dunque, di rispettare i «vincoli sociali, etici» e le «aspettative di senso comune» della società. In qualche modo, continuava a muoversi entro un isolamento sociale dovuto in parte a una sempre più accentuata settorializzazione del sapere scientifico, a una frammentarietà difficile da riassumere, e alla propria distrazione nei confronti di una narrazione a misura d'uomo (e qui mi verrebbe da dire: una narrazione umanistica); sul fronte opposto, tale isolamento derivava dal disinteresse da parte delle masse di non-scienziati, sempre più polarizzate nella propria refrattarietà a frequentare non solo il linguaggio scientifico, ma anche a comprenderne profondamente il metodo: col risultato di abbandonarsi o alla cieca fede o al sospetto, se non addirittura alla paura, di tutto ciò che, invece di un rigore riconoscibile, ai loro occhi finiva per avere un vago valore magico.


La letteratura e la filosofia, punte di diamante del sapere umanistico, erano in tempo per colmare questo vuoto comunicativo e di senso?



«La Terza Cultura»

Nel 1995 lo scrittore e agente letterario statunitense John Brockman, pubblicò La terza cultura, con cui si proponeva di promuovere un dialogo filosofico sulla scienza, che a suo parere poteva essere condotto solo da una nuova figura di intellettuale, quella dello scienziato che si apre alla riflessione sulle grandi domande della vita.


Questa necessità era dovuta alla complessità del linguaggio scientifico, che poteva essere compreso e poi tradotto per la società solo dagli addetti ai lavori. Gli scienziati avevano il compito di rimpiazzarsi ai filosofi cercando di dare risposte a quesiti fondamentali come «da dove viene l'Universo? Qual è l'origine della vita? Come nasce la mente?» e il loro obbiettivo non poteva essere solo divulgativo (ovvero: non poteva limitarsi solo alla descrizione dello stato dei lavori), ma doveva invece sostituire la vecchia cultura filosofica con la costruzione di una «nuova filosofia naturale» di stampo materialista, «incardinata sui concetti di complessità ed evoluzione».


Un ritratto di John Brockman, scrittore e agente letterario dei Premi Nobel contemporanei della scienza.

John Brockman, con la presentazione della «terza cultura», non era l'unico ad auspicare la sostituzione della vecchia figura dell'intellettuale umanista con quella nuova di uno scienziato pronto a misurarsi con le grandi domande dell'esistenza: con lui erano d'accordo molte figure di spicco nel discorso scientifico mondiale. Per quanto riguarda il nostro Paese, lo era anche il matematico e accademico Piergiorgio Odifreddi, che, nel suo saggio di accompagnamento all'edizione italiana di Le due culture di Snow, nel 2005 sostenne chiaramente che:

Se la formazione umanistica diventa inadeguata per l'appropriazione degli strumenti necessari all'analisi del mondo moderno, e gli umanisti non possono più seguire il passo della scienza, non per questo diminuisce dunque il bisogno di letteratura e filosofia: l'unica soluzione sembra allora che siano gli uomini di formazione scientifica ad appropriarsene.

Quest'appropriazione avrebbe segnato il fallimento della difficile missione auspicata da Italo Calvino per la letteratura? Davvero le scienze umane non avevano più strumenti né una voce utile per dare il proprio contributo al discorso intellettuale sulla condizione umana e sulla realtà del mondo?


John Brockman, autore negli anni successivi di altre opere di approfondimento, tra cui anche un saggio del 2003, intitolato eloquentemente I nuovi umanisti. Perché (e come) l'arte, la politica, la storia e la filosofia devono tener conto delle moderne scoperte scientifiche, era convinto che la via della «terza cultura» non potesse più in alcun modo legarsi al vecchio sapere tradizionale, da cui doveva darsi un taglio netto. Lo spiegò bene in questa intervista, in cui raccontò il progetto della Edge Foundation da lui presieduta, affermando che «siamo interessati al pensare sagace, non siamo interessati alla "saggezza" tramandata», escludendo di fatto dal dibattito culturale qualsiasi istanza il cui fondamento non fosse radicato nella scienza.


Eppure, come alcuni critici di Brockman ben presto notarono, la via della «terza cultura» non riusciva a superare del tutto la questione posta da Le due culture di Snow. Anzi, sembrava proprio inserirsi in quel medesimo tracciato, in cui la supremazia di un polo sull'altro veniva sancito non più solo da una frattura, ma da una conquista del campo avversario. Pareva, insomma, più un tentativo di appropriazione del discorso culturale, camuffato da integrazione delle «due culture», piuttosto che un loro superamento nel segno della costruzione di una Cultura unitaria, così come mezzo secolo prima aveva auspicato Erwin Schrödinger.


Di fatto, pure presa in considerazione la «terza cultura», per molti esseri umani continuava a esistere un lato dell'esperienza umana che non poteva essere misurato, verificato né riprodotto e che, nonostante sfuggisse a un'analisi di tipo scientifico, non per questo era meno vero. Che si trattasse di poesia o di fede, del potere dell'immaginazione o di valori morali, alla «terza cultura» proposta da Brockman mancava una dimensione metafisica fondamentale per molti esseri umani e a cui poteva rispondere solo il sapere umanistico. Il fisico e divulgatore scientifico Paul Davies descrisse così questa necessità, nel suo saggio intitolato Scienza e Religione nel XXI secolo:

Al nostro ingresso in un nuovo secolo probabilmente destinato ad essere dominato da formidabili progressi scientifici e tecnologici, il bisogno di una guida spirituale sarà più forte che mai. La scienza da sola non può provvedere ai nostri bisogni spirituali, ma qualsiasi religione che rifiuti di abbracciare la scoperta scientifica difficilmente sopravvivrà nel XXI secolo.

Oltre «La Terza Cultura»

A che punto si trova oggi il dibattito acceso da sir Charles Percy Snow nel 1959, quando per la prima volta parlò di Le due culture? In generale, negli ultimi anni i tentativi di integrazione del sapere scientifico con quello umanistico ci sono stati, conducendo spesso a fortunate esperienze che indicano la possibilità di un fruttuoso dialogo tra questi due poli, distanti solo in apparenza.


Ne è convinto, ad esempio, il genetista statunitense Francis Collins, che fu alla guida del team di ricercatori dello Human Genome Project che, nel 2003, pubblicò la prima bozza completa del genoma umano. Collins è conosciuto anche per aver scoperto la propria fede, all'apice della propria carriera scientifica, dopo essere stato per anni un ateo convinto. Nel 2020 è stato insignito del prestigiosissimo Templeton Prize - che in passato fu dato, solo per fare alcuni nomi, a Madre Teresa di Calcutta (1973) o al Dalai Lama (2012) - che onora, anche con un cospicuo riconoscimento economico, coloro che «indirizzano il pensiero scientifico all'esplorazione delle più profonde domande universali, del valore dell'umanità e dei suoi obiettivi ultimi». Autore del pamphlet La genetica di Dio, è famoso anche per la descrizione del percorso personale che lo portò a incontrare la fede:

A dire il vero, è stato lo studio della Medicina che mi ha costretto a considerare diversamente il problema della vita e della morte ed è stata la ricerca scientifica a convincermi che una visione puramente materialistica fosse inutilmente limitante per il tipo di domande che noi umani ci poniamo, come quella sul perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla. Queste esplorazioni intellettuali alla fine mi hanno condotto, con mia grande sorpresa, al Cristianesimo.
Un ritratto del genetista Francis Collins, autore tra l'altro de «La genetica di Dio».

Secondo Francis Collins, intervistato nel 2015 dal National Geographic, è anacronistico che alcuni settori della società contemporanea ritengano incompatibili la scienza e la ricerca metafisica. A suo parere, esistono domande a cui la scienza non può né deve rispondere: perché esiste qualcosa invece di niente? Perché siamo qui? Esiste infatti una tensione umana verso l'oltre che, pur rimanendo ancorati al sapere scientifico, può essere indagato solo attraverso una riflessione umanistica. Il dialogo tra scienza e filosofia è dunque non solo possibile, ma auspicato, purché ognuna di queste branche del sapere sia consapevole dei suoi limiti e, là dove non può arrivare, inizi un dialogo col proprio interlocutore senza tentare di invaderne il campo.


Del resto, che scienza e letteratura siano compatibili è anche convinzione del divulgatore scientifico Marco Pivato, autore di Noverar le stelle. Che cosa hanno in comune scienziati e poeti, pubblicato da Donzelli nel 2015. Secondo Pivato, ad accumunare scienziati e poeti è il senso di meraviglia che l'umanità ha provato fin dalla notte dei tempi alzando gli occhi al cielo. Tale stupore ha instillato nelle persone di scienza il desiderio di conoscere e indagare, mentre nei letterati ha acceso le grandi domande esistenziali a cui hanno tentato di rispondere nel corso dei millenni. Questo saggio contemporaneo fa eco all'ultimo libro che lo scienziato e letterato Aldous Huxley pubblicò prima di morire, nel 1963, inserendosi a propria volta nel dibattito su «Le due culture»: in Scienza e letteratura Huxley volle dimostrare l'unità nella differenza di questi due settori del sapere, che da sempre osservano con attenzione il medesimo mondo «con intelligenze rivolte in direzioni diverse».


La riconosciuta complementarietà di questi due approcci al sapere oggi è dimostrata anche da alcuni recenti esperimenti che fanno davvero ben sperare riguardo al dialogo tra «Le due culture». Nel 2017 sulla rivista scientifica dell'American Geophysical Union dell'Università di Harvard è stato pubblicato uno studio intitolato Experimental Words: sharing science through poetry (in italiano: Parole sperimentali: divulgare la scienza attraverso la poesia), in cui alcuni ricercatori, guidati da G. Goodwin, hanno dimostrato che la divulgazione scientifica fatta attraverso performance artistiche ottiene risultati ben superiori a quella comunemente portata avanti con conferenze o articoli divulgativi. Sebbene ovviamente uno spettacolo di arti performative coinvolga un pubblico minore, l'impatto ottenuto, a livello di comprensione profonda dell'argomento trattato, è superiore. Questo del resto stupisce solo in parte, come sa chi ha familiarità con il rapporto tra memoria ed emozioni: ne ho parlato, qualche tempo fa, in questo articolo. Ciò che però forse stupisce davvero di questo studio è il fatto che gli scienziati presenti agli spettacoli, vista rappresentata la propria materia di studio in forma poetica, abbiano ampliato la percezione della propria specializzazione trovando ispirazione per studi futuri a cui prima non avevano ancora pensato: come se la creatività di quel momento avesse rotto una parete invisibile che d'un tratto permetteva agli scienziati di pensare oltre.


Non troppo distante dall'esperimento di cui ho appena parlato, si inserisce il laboratorio dello scienziato e divulgatore scientifico inglese Sam Illingworth, descritto da lui stesso sulla rivista Nature in un articolo intitolato Use poetry to share your science (in italiano: Usa la poesia per divulgare la tua scienza), pubblicato nel 2019. In questo articolo Illingworth parla del suo blog, Poetry of Science, in cui ogni settimana propone versi o letture poetiche che raccontano (o forse evocano?) i contenuti di ricerche scientifiche pubblicate sulle riviste più affermate, rendendole accessibili a un pubblico più vasto di non-scienziati. Allo stesso tempo, l'autore decanta il valore della poesia - portando a sostegno della sua tesi altri studi scientifici - non solo per il suo potenziale comunicativo (in particolare, ma non solo, per spiegare concetti complessi a ragazzi e bambini, persone con disturbi dell'apprendimento o dell'attenzione, o anziani), ma anche per sbloccare le impasse che ogni tanto ogni scienziato incontra sul proprio cammino nel corso delle proprie ricerche, i problemi apparentemente irrisolvibili, che l'esercizio della poesia contribuisce a sbloccare proprio grazie al suo potenziale creativo. Non solo: provare a esprimere in forma poetica la propria ricerca permette di attivare il pensiero laterale che, andando oltre la logica, spinge la riflessione verso punti di vista ancora non percorsi e forse perciò risolutivi rispetto al quesito iniziale.


Insomma, forse, almeno per quanto riguarda gli intellettuali del pensiero scientifico e di quello umanistico, ci stiamo avvicinando alla possibilità di una vera sinergia tra «Le due culture». Se questo dialogo è iniziato, anche se solo di recente, oggi è fondamentale più che mai che intellettuali di ogni tipo uniscano le proprie forze per trasmettere una concezione unitaria, anche se sfaccettata, del sapere, senza perdersi in sottili polemiche che, a conti fatti, disorientano chiunque non possa dirsi esperto di quel dato settore. Ma, del resto, chi può dirsi esperto di più di uno o al massimo due argomenti oggi? Viviamo in una società altamente polarizzata, che si nutre di estremi, che rifiuta il confronto, che alleva la paura aizzandola verso tutto ciò che è sconosciuto: che permette a ognuno di noi di essere contemporaneamente sia un credulone che un diffidente e che scambia i perché coi come e i come coi perché. Scienza e pensiero umanistico possono e devono collaborare: le sfide della contemporaneità ci impongono di poter analizzare e raccontare tutto ciò che è misurabile, verificabile e riproducibile entro un orizzonte di senso che dia valore e significato all'esperienza della condizione umana.


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