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  • Federica Focà

La biografia di Cesare Pavese, autore tra due mondi


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Cesare Pavese (1908 – 1950) è stato un poeta, uno scrittore e un traduttore italiano. La sua influenza sulla società italiana fu determinante, soprattutto nel delicato passaggio tra gli anni Trenta e la nuova cultura democratica del secondo dopoguerra. Con le sue traduzioni di opere di autori americani, come Melville e Whitman, fece da ponte tra due mondi: introdusse nel nostro Paese aspetti ed esperienze che andavano in direzione opposta rispetto all’idealismo dominante a quel tempo, soprattutto grazie a figure come Benedetto Croce. Da sempre antifascista, fu un autore prolifico, sia per quanto riguarda la poesia, che la narrativa che, soprattutto, i suoi scritti critici, in parte pubblicati postumi.


Diede voce agli umili, radicati nella terra quanto lui lo era nella sua lingua, il piemontese, a una generazione alla ricerca della propria crescita personale nonostante tutto, nonostante la guerra e la politica. Mosse uno sguardo critico nei confronti di una certa borghesia, troppo spesso intrisa di ipocrisia, e scrisse ispirato dal tormento della sua solitudine interiore. Addolorato dalla morte di tanti suoi amici in guerra, provato da un confino che sentiva di non meritare, calpestato nei suoi sentimenti d’amore da donne che sentiva lo avessero usato e abbandonato, il grande scrittore, poco più che quarantenne, finì per vedersi intrappolato in una situazione senza via d’uscita, impossibilitato a proseguire nella sua ricerca di verità e di rovesciamento della finzione. Non potendo risolvere le contraddizioni di un’umanità sempre più indifferente, cinica e incurante della felicità dei suoi membri, Pavese scelse la via del suicidio, ritenendolo l’unico modo che gli rimaneva per affermare la sua verità e rovesciare finalmente le falsità di un mondo divenuto estraneo e ostile.


Nonostante la sua breve vita, seppe imprimere un segno profondo nella cultura italiana, anche grazie all'estrema modernità del suo pensiero, alla sua incessante attività di traduttore e alla sua preziosa collaborazione con l’allora neonato editore Einaudi di Torino.


Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo – un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo – presso il cascinale di San Sebastiano, dove la famiglia trascorreva le estati. Il padre, Eugenio Pavese, era cancelliere presso il Palazzo di Giustizia di Torino; la madre, Fiorentina Consolina Mesturini, proveniva da una famiglia di abbienti commercianti originari di Ticineto. Pavese era il quarto figlio della coppia, venuto al mondo dopo una sorella e due fratelli, morti prematuramente. L'infanzia di Cesare si svolse a Torino, e non fu felice. La madre, di salute cagionevole, dovette affidarlo appena nato a una balia del vicino paese di Montecucco. In seguito lo riprese con sé a Torino, ma sempre con l’aiuto di una balia. Quando Cesare aveva solo sei anni morì il padre: questo evento incise molto sull'indole del bambino, già di per sé scontroso e introverso. Per di più, dopo la morte del marito la madre cominciò ad assumere nei confronti del figlio un atteggiamento freddo, adottando uno stile educativo severo e rigido. Nel 1916 la signora Fiorentina, non riuscendo più a sostenere le spese e la gestione dei mezzadri, decise di vendere la cascina di San Sebastiano e di andare a vivere con i figli in una villetta nella località collinare di Reaglie.


Cesare frequentò le scuole medie a Torino, presso l'Istituto Sociale dei gesuiti. Si iscrisse poi al Liceo classico Cavour, dove scelse il ginnasio con indirizzo moderno. Durante l'adolescenza alla compagnia dei coetanei preferiva la lettura e fare lunghe passeggiate nei boschi, dove osservava farfalle e uccelli. L’unico che riuscì a scalfire la sua corazza fu il compagno di studi Mario Sturani, con cui strinse un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita. Già nel periodo adolescenziale purtroppo si cominciò a manifestare quello che in seguito il suo biografo ufficiale Davide Lajolo definì il suo «vizio assurdo»: l'idea del suicidio, di cui parlava in quasi tutte le sue lettere, soprattutto quelle indirizzate all’amico.


Nell'ottobre 1923 si iscrisse al liceo D'Azeglio, dove venne a contatto con l'opera di Alfieri; il suo insegnante di italiano e latino fu l'antifascista Augusto Monti. Un'altra amicizia importante di questo periodo fu quella con Tullio Pinelli, al quale fece leggere per primo il dattiloscritto di Paesi tuoi. Nel 1926 Pavese conseguì la maturità liceale e si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Torino. Continuò a scrivere e a studiare l'inglese con grande fervore, appassionandosi alla lettura di Sherwood Anderson, Sinclair Lewis e soprattutto a quella di Walt Whitman.


In questo periodo fece anche amicizia con grandi personalità che, in seguito, si sarebbero distinte come antifascisti di spicco: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi. Nel frattempo, l'interesse per la letteratura americana divenne sempre più consistente e così Pavese cominciò ad accumulare materiale per la sua tesi di laurea, intitolata Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman. Dopo la laurea, si dedicò a un'intensa attività di traduzioni di scrittori americani.


Nel 1931 si spense la madre Fiorentina, e Pavese rimase ad abitare nella casa materna con la sorella Maria. Lo scrittore non volle iscriversi al partito fascista, pertanto la sua condizione lavorativa era molto precaria. Tuttavia, ottenne delle supplenze nelle scuole di Bra, Vercelli e Saluzzo, e incominciò a insegnare nelle scuole serali e a impartire lezioni private.


Nel periodo che va dal settembre 1931 al febbraio 1932 Pavese compose un ciclo di racconti e poesie dal titolo Ciau Masino, che sarebbe stato pubblicato per la prima volta nel 1968. Nel 1933, per poter insegnare nelle scuole pubbliche si arrese, pur malvolentieri, alle insistenze della sorella e di suo marito e si iscrisse al partito nazionale fascista. In questo periodo iniziò un tormentato rapporto sentimentale con Tina Pizzardo, «la donna dalla voce rauca» che veniva evocata, amata, odiata, insultata da Pavese nel suo diario, Il mestiere di vivere. Dopo l'arresto di Leone Ginzburg, Pavese cominciò la collaborazione con la casa editrice Einaudi dirigendo per un anno La Cultura. Nel 1934 riuscì a inviare ad Alberto Carocci, direttore a Firenze della rivista Solaria, le poesie di Lavorare stanca, che vennero lette da Elio Vittorini con parere positivo e poi pubblicate nel 1936.


Nel 1935 lo scrittore, intenzionato a proseguire nell'insegnamento, si dimise dall'incarico all'Einaudi e iniziò a prepararsi per affrontare il concorso di latino e greco. A causa di una delazione dello scrittore Dino Segre, che portò agli arresti alcuni intellettuali aderenti al gruppo clandestino Giustizia e Libertà, la casa di Pavese fu perquisita, e venne trovata tra le sue carte una lettera di Altiero Spinelli, detenuto per motivi politici nel carcere romano. In realtà, anche se le lettere pervenivano a casa di Pavese, la corrispondenza epistolare si svolgeva tra Spinelli e Tina Pizzardo, a cui aveva permesso di utilizzare il suo indirizzo. Lo scrittore fu comunque arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi al Regina Coeli a Roma; dopo il processo, fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, dove giunse il 4 agosto 1935. Nell'ottobre di quell'anno cominciò a redigere un diario, che tenne fino al 1950. Tale scritto fu trovato dopo la morte di Pavese tra le sue carte in una sbiadita cartella verde, su cui era scritto in matita rossa e blu: Il mestiere di vivere, titolo con cui fu pubblicato, postumo, nel 1952. Durante il confino lo scrittore avanzò domanda di grazia, ottenendo il condono di due anni di pena.


Nel 1936 tornò a Torino, dove ebbe la cocente delusione di sapere che Tina Pizzardo stava per sposare un altro e che la sua raccolta di poesie Lavorare stanca era passata quasi inosservata. Per guadagnarsi da vivere, riprese il lavoro di traduttore: dal primo maggio del 1937 accettò di collaborare con la Einaudi per lo stipendio di mille lire al mese. Tra le altre opere, tradusse Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, di Defoe, e, l'anno dopo, La storia e le personali esperienze di David Copperfield di Charles Dickens, nonché l’ Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein. Nel frattempo incominciò a scrivere i racconti che, dopo la sua morte, sarebbero stati pubblicati prima nella raccolta Notte di festa, poi nel volume I racconti. Completò inoltre la stesura del suo primo romanzo breve, Il carcere.


Nel 1939 finì di scrivere anche il romanzo Paesi tuoi, che venne pubblicato nel 1941. Tema centrale dell’opera è la contrapposizione tra la città e la campagna, simboleggiata dalle due figure principali, il meccanico torinese Berto e il contadino Talino. Dopo il ritorno dal confino di Leone Ginzburg si andò intensificando l'attività di Giustizia e Libertà e quella dei comunisti, con a capo Ludovico Geymonat. Pavese, che era chiaramente antifascista, venne coinvolto al di là di una precisa e dichiarata definizione politica. Nel 1940 lo scrittore si innamorò di Fernanda Pivano, una giovane universitaria che era stata sua allieva al liceo D'Azeglio: la ragazza rifiutò la sua proposta di matrimonio, ma l'amicizia tra i due continuò anche grazie alla loro comune passione per la letteratura americana. Tra il 1940 e il 1941 scrisse La spiaggia, racconto breve che fu pubblicato, a puntate, sulla rivista Lettere d’oggi nel 1942. L’opera, che affronta i temi dell’amicizia, il matrimonio e la noiosa esistenza della piccola borghesia, ritorna sull’argomento della contrapposizione tra città e campagna, tanto caro all’autore.


Nel 1943 Pavese venne trasferito per motivi editoriali a Roma, dove gli giunse la cartolina di precetto. Tuttavia, a causa di una forma d'asma di origine nervosa di cui soffriva, dopo sei mesi di convalescenza all'Ospedale militare di Rivoli venne dispensato dalla leva militare e ritornò a Torino. Dopo l’occupazione della città da parte dei tedeschi, Pavese si rifugiò a Serralunga di Crea, piccolo paese del Monferrato, dov'era sfollata la sorella Maria; qui strinse amicizia con il conte Carlo Grillo, che in seguito diventò il protagonista del romanzo Il diavolo sulle colline, pubblicato nel 1949. Per sfuggire a una retata da parte dei repubblichini e dei tedeschi, chiese ospitalità presso il Collegio Convitto dei padri Somaschi di Casale Monferrato. Per sdebitarsi, diede ripetizioni ai suoi allievi.


Nel marzo 1944 ebbe il dolore di venire a conoscenza della tragica morte di Leone Ginzburg, avvenuta nel carcere di Regina Coeli a causa delle torture subite. Ritornato a Torino dopo la liberazione, seppe che tanti altri amici erano morti, e reagì cercando di isolarsi da quelli rimasti. Poco dopo decise di iscriversi al Partito Comunista e di collaborare col quotidiano l'Unità: presso la redazione di tale giornale conobbe Italo Calvino. Verso la fine del 1945, Pavese lasciò nuovamente Torino alla volta di Roma, dove ebbe l'incarico di potenziare la sede romana dell'Einaudi. Vi lavorava in segreteria una giovane donna, Bianca Garufi: per lei Pavese provò una nuova e infelice passione. Nel febbraio del 1946, proprio in collaborazione con Garufi, cominciò a scrivere un romanzo che rimase incompiuto e che sarebbe stato pubblicato postumo nel 1959 con il titolo di Fuoco grande.


Ritornato a Torino, iniziò a comporre i Dialoghi con Leucò, che divenne l’opera prediletta dell’autore anche se vide le stampe solo nel 1953. Il libro, che fu trovato accanto a Pavese suicida, consiste in una raccolta di brevi dialoghi, tragici e serrati, in cui gli dèi della Grecia classica discorrono su temi come il destino, il dolore, la morte. Con quest’opera lo scrittore tentò di trascinare il mito ellenico giù dal suo Olimpo, per farlo diventare finalmente uno strumento dell’uomo storico alla ricerca della verità su se stesso.


Sempre nel 1946 Pavese redasse i primi capitoli de Il compagno, con il quale volle testimoniare l'impegno per una precisa parte politica. Tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948 scrisse il romanzo che da alcuni è considerato il suo capolavoro: La casa in collina. L’opera, fortemente autobiografica, narra la storia di Corrado, professore torinese che, durante la Seconda Guerra mondiale, si rifugia sulle colline torinesi cercando di sfuggire ai continui bombardamenti che mettono in ginocchio la città. Il romanzo uscì l'anno successivo nel volume Prima che il gallo canti, insieme con Il carcere, che rievoca l’esperienza del confino dell’autore a Brancaleone Calabro tra il 1935 e il 1936.


Nel 1949 Pavese scrisse Tra donne sole. In seguito, andò a trascorrere una settimana a Santo Stefano Belbo dove, in compagnia dell'amico Pinolo Scaglione, incominciò a elaborare il suo ultimo romanzo, La luna e i falò, pubblicato nel 1950. Il libro, che contiene elementi autobiografici, narra la storia di un ex emigrato soprannominato Anguilla che, dopo aver fatto fortuna negli Stati Uniti, ritorna nei luoghi della sua adolescenza in cerca delle sue origini, senza però ritrovarle più. Nel romanzo si parla anche di Nuto, l’alter ego del protagonista, che per non cadere in miseria deve rinunciare alla sua passione per la musica e ammazzarsi quotidianamente di lavoro nei campi.


Il 24 novembre 1949 venne pubblicata La bella estate, che avrebbe vinto il Premio Strega nel 1950. Il testo comprendeva i già citati tre romanzi brevi: l'eponimo del 1940, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. Un tema molto caro al grande scrittore era il passaggio dall’adolescenza alla maturità, oltre che la ricerca della crescita personale attraverso l’affermazione delle proprie capacità. Alcuni personaggi delle sue opere tentano di ottenere tali obiettivi attraverso l’esplorazione e la ricerca di nuove esperienze, ma l’apparente realizzazione delle loro speranze viene sempre seguita da una cocente delusione. È quanto accade a Clelia, protagonista del romanzo breve Tre donne sole, che riesce ad affermarsi nel lavoro ed introdursi nella buona società torinese solo per scoprire quanto sia ipocrita ed intrisa di finzione. Ciò ricalcava l’esperienza personale dello scrittore, che proprio a questo punto della sua vita si sentiva sempre più irrimediabilmente circondato dalla falsità e dalla meschinità degli ambienti che frequentava.


All’inizio del 1950, nel corso di un breve viaggio a Roma, Pavese conobbe in casa di amici l’attrice statunitense Constance Dowling. Si innamorò della donna, dalla quale fu considerato solo superficialmente, per poi essere poi allontanato e gettato nel più completo sconforto. Tale abbandono spezzò definitivamente il suo animo sensibile già compromesso dalla depressione e fu probabilmente l’ultima goccia che gli fece scegliere, dopo breve tempo, di mettere fine alle sue sofferenze. Lo struggente amore per Dowling gli ispirò i versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, una raccolta di liriche d'amore permeate di struggente nostalgia, pubblicata postuma nel 1951. Nell'estate del 1950 trascorse alcuni giorni a Bocca di Magra, vicino a Sarzana, dove conobbe la giovane Romilda Bollati, con la quale ebbe una breve storia d'amore: tuttavia, nemmeno questo sentimento riuscì a dissipare il suo malessere.


In preda a un profondo disagio esistenziale, in una brutta notte di fine agosto del 1950, Cesare Pavese mise fine alla sua vita ingerendo più di dieci bustine di sonnifero in una camera dell'albergo Roma di Piazza Carlo Felice a Torino, che aveva occupato il giorno prima. Si congedò dal mondo con poche parole scritte sul frontespizio della copia dei Dialoghi con Leucò, che teneva sul comodino: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».


Oltre alle opere che ho già citato tra le sue opere pubblicate postume, nel 1951 uscirono i suoi scritti critici di La letteratura americana ed altri saggi. Il corpus sostanzioso delle sue Lettere ha visto le stampe tra gli anni Sessanta e oggi. Nel 2020, in onore del settantesimo anniversario dalla morte di Cesare Pavese, per quelli di Minimum Fax è stata ristampata la biografia Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, scritta dall’amico Davide Lajolo, che lo conosceva bene, e che ha saputo prendersi cura della memoria di Pavese con grande pudore e sensibilità, senza però mancare di coglierne le verità più profonde.


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